LA SVOLTA DOPO 30 ANNI DI GUERRIGLIA E 40 MILA MORTI
Curdi, annuncio storico «Deponiamo le armi»
di Monica Ricci Sargentini
Balli, canti, un mare di bandiere gialle, verdi e rosse, le foto di Abdullah Ocalan e quelle delle tre attiviste uccise a Parigi. Un milione di curdi, compresi tanti bambini, hanno atteso così, ieri, a Diyarbakir, la città principale del sud-est della Turchia, le storiche parole del leader del Pkk che potrebbero porre fine a 30 anni di guerra sanguinosa costata 40 mila morti. «Oggi comincia una nuova era – ha scritto Ocalan dal carcere di Imrali dove è detenuto da 14 anni – si apre una porta sul processo democratico, dopo la lotta armata. È tempo di far tacere le armi e far parlare le idee. Coloro che mi seguono, devono abbandonare le armi e lasciare il territorio turco. Questa non è la fine, ma un nuovo inizio». Il discorso, letto da due parlamentari curdi, è risuonato nel parco di Diyarbakir con grande solennità mentre si festeggiava la festa del Newruz, l’anno nuovo curdo che coincide con l’inizio della primavera. «Oggi ci svegliamo in un nuovo Medio Oriente, una nuova Turchia e un nuovo futuro – ha detto ancora Ocalan -. Una porta è stata aperta per passare dalla lotta armata alla lotta democratica». Il riferimento è alle trattative tra premier turco, Recep Tayyip Erdogan, e il leader del Pkk iniziate alla fine dello scorso anno e condotte dal capo del servizio nazionale di intelligence (Mit), Hakan Fidan, anche attraverso la collaborazione dell’unico partito curdo rappresentato in parlamento, Pace e Democrazia (Bdp). Ieri dall’Olanda Erdogan ha mostrato cautela: «È uno sviluppo positivo – ha spiegato . Ma è molto importante l’applicazione». Come a dire: ora aspettiamo i fatti. Cioè il ritiro dei circa 3mila ribelli armati dal territorio turco che dovrebbe essere completato entro agosto. A quel punto, ha promesso il premier, «cesseranno anche le operazioni dell’esercito». Dalle montagne del Nord Iraq, da dove dirige le operazioni dei ribelli, il capo militare del Pkk, Murat Karayilan, ha fatto sapere che la parola di Ocalan è legge: i combattimenti in Kurdistan finiranno e i miliziani lasceranno il Paese. Ma quali sono i termini dell’accordo tra il premier filoislamico e l’irriducibile guerrigliero curdo? Nessuno lo sa per certo. Secondo quanto è trapelato dai giornali (con grande rabbia di Erdogan) il governo turco si sarebbe impegnato ad adottare una serie di provvedimenti volti al riconoscimento dei diritti della minoranza curda, che finora non è mai stata riconosciuta come tale e si è vista negare, negli anni, numerose libertà, tra le quali il diritto a usare la sua lingua nei luoghi pubblici. Lo scorso febbraio il Parlamento ha approvato una legge che autorizza l’uso della lingua curda nei tribunali e ne ha proposta un’altra che prevede il rilascio di alcune migliaia di persone che sono sotto processo con l’accusa di legami con il Pkk. Poi c’è la questione del reinserimento dei ribelli nel nuovo Kurdistan turco: il governo Erdogan starebbe preparando un fondo per contribuire al loro rientro. Ma soprattutto c’è la questione spinosa della liberazione di Ocalan. Ieri a Diyarbakir molti manifesti chiedevano la libertà per quello che è il leader indiscusso dei curdi, una sorta di Nelson Mandela locale. Ed è forse questo, in fondo, cui si riferiva Erdogan quando ha parlato di essere disposto a «bere veleno» pur di arrivare alla pace. È ancora troppo presto per dirlo. I turchi considerano Ocalan il nemico numero 1 e una sua scarcerazione non è al momento tra le ipotesi in campo. Ma la strada per la pace sembra intrapresa. Anche se è piena di ostacoli. «Siamo pronti per il negoziato e per l’insurrezione» recitava ieri un cartello a Diyarbakir. Come a dire: tutto può di nuovo cambiare.
(Dal Corriere della Sera, 22/3/2013).