“Rifiutiamo l’autoaffondamento del francese”

Da dx: Isabella Rossellini, Lina Wertmüller e Maria Zulima Job, figlia di Lina Wertmüller ed Enrico Job

Di Claude Hagège, professore al Collège de France

La Francia è certamente la fonte storica e non la proprietaria esclusiva della lingua francese che, nel mondo, i 77 stati e governi che insieme costituiscono l’Organisation internationale de la francophonie (OIF) condividono con essa. Almeno fino ad ora. Perché il progetto di legge Fioraso, che vuole imporre a favore dell’inglese una larga estensione delle eccezioni al principio del francese lingua dell’istruzione, degli esami e dei concorsi, potrebbe avere come conseguenza il crescente dubbio sulla legittimità della promozione di questa lingua da parte degli altri paesi francofoni, grazie al valore simbolico di un atto di autoaffondamento del francese ad opera della stessa Francia ufficiale. Per fortuna c’è ancora speranza: alla fine di ottobre del 2009, il direttore della Fiera del Libro di Beirut mi disse, in un francese tanto classico quanto la sua voce era serena e segnata da ironico disprezzo,: “Lasci stare gli allarmismi: se la Francia manda a monte il francese, ci saranno sempre altri paesi pronti a rinvigorirlo e a stimolarne la diffusione!”.

Però ci si chiede da dove possa venire, in Francia, questo accanimento contro la lingua francese. Dalla monarchia alla Repubblica, soprattutto nelle ore più tragiche di quest’ultima, c’era un detto illustre: “Una nazione vive grazie alla propria lingua”. I dirigenti della nazione francese sono dunque stati colpiti da una pulsione di autodistruzione? Supponendo che non sia così, ogni francofono sano di mente non può che rivolgere ai potenti di Parigi e agli intellettuali dalla vista debole che li ispirano il messaggio seguente: “Non sentite le risate degli studenti stranieri che la vostra esorbitante e ingenua sicurezza pretende di attirare nelle vostre università e scuole attraverso l’istruzione in inglese, quando questa non è la lingua madre? Non vedete che i meglio informati tra loro iniziano a provare pietà per il vostro servilismo beffardo nei confronti dei meccanismi del profitto e a chiedersi quale deplorevole alienazione vi tortura, mentre loro hanno sempre rispettato la cultura e la lingua francese? Proteggerete, infine, i vostri timpani dalle sirene di universitari legati da convenzioni alle istituzioni anglofone, che non hanno ancora capito che è utilizzando il francese che accresceranno il prestigio dei propri lavori e non mangiando la polvere davanti all’inglese?”.

Dal XIII secolo, il francese è una lingua dalla vocazione internazionale, all’inizio europea, poi levantina, poi mondiale. Oggi è l’unica lingua, insieme all’inglese, presente nei 5 continenti. Ogni riunione dell’OIF dimostra che la promozione del francese incoraggia quella di tutte le altre lingue dei paesi membri. Madrid, Lisbona-Brasilia e adesso anche Pechino indirizzano l’arma irresistibile della diversità alla resistibile dominazione dell’inglese. E adesso la Francia, che possiede una lunga anteriorità storica nell’illustrazione della propria lingua, dovrebbe sacrificare quest’ultima alle misere trappole del denaro?!
È ora di reagire al burlesco, che è sul punto di diventare spaventoso. È ora di mobilitarsi prima che un progetto di legge portatore di cancro sia proposto alla rappresentanza nazionale. Una parte crescente del pubblico bene informato si sta liberando della vertigine dell’americanizzazione travestita da mondializzazione. Anche l’Acadeémie française denuncia un progetto suicida.

Quanto alle masse francesi, imbevute di sottocultura americana, non manifestano alcun desiderio di sostituire l’inglese al francese nell’istruzione nazionale. Sono quindi le forze viventi e di maggioranza a essere insultate mettendo l’inglese su un piedistallo con cui esso non ha nulla a che fare, venendo soprattutto dal governo francese. Battiamoci per la nostra lingua! Perché anche se la posta in gioco è evitare alle autorità, per solidarietà civica, di cadere nel grottesco e allo stesso tempo nell’indegnità, è della nostra identità che parliamo. Non è più il momento di chiudere gli occhi: siamo in guerra!

Da Le Monde, 25/04/2013.
Articolo originale:

Refusons le sabordage du français

La France n'est certes que la source historique, et non la propriétaire exclusive de la langue française, que partagent avec elle, à travers le monde, les soixante-dix-sept Etats et gouvernements constituant ensemble l'Organisation internationale de la francophonie (OIF). Du moins jusqu'ici. Car le projet de loi Fioraso, qui veut imposer, en faveur de l'anglais, une très large extension des exceptions au principe du français langue de l'enseignement, des examens et des concours, pourrait avoir pour conséquence, du fait de la valeur symbolique d'un acte de sabordage du français par la France officielle elle-même, un doute croissant quant à la légitimité de la promotion de cette langue par les autres pays francophones. Heureusement, quelques espoirs subsistent : le directeur du Salon du livre du Beyrouth me disait, à la fin d'octobre 2009, en un français aussi classique que sa voix était sereine et teintée d'ironique mépris : "Laissez là vos alarmes : si la France torpille le français, d'autres pays seront toujours là pour le revigorer et galvaniser sa diffusion !"

On se demande, pourtant, d'où peut bien venir, en France, cet acharnement contre la langue française. De la monarchie à la République, surtout aux heures les plus tragiques de cette dernière, tout illustre ce dicton : "C'est par sa langue que vit une nation." Les dirigeants de la nation française sont-ils donc saisis d'une pulsion d'autodestruction ? A supposer que tel ne soit pas le cas, tout francophone lucide ne peut qu'adresser aux gens de pouvoir à Paris et aux intellectuels malvoyants qui les inspirent, le message suivant : "N'entendez-vous pas s'esclaffer les étudiants étrangers que votre exorbitante et naïve assurance prétend attirer dans vos universités et vos écoles par un enseignement en anglais, alors qu'il n'y est pas langue maternelle ? Ne voyez-vous pas que les mieux informés d'entre eux commencent à avoir pitié de votre dérisoire servilité face aux mécanismes du profit, et à se demander quelle déplorable aliénation vous torture, alors qu'ils respectaient jusqu'ici la culture et la langue françaises ? Allez-vous protéger enfin vos tympans contre les sirènes des universitaires liés par des conventions avec des établissements anglophones, et qui n'ont pas encore compris que c'est en utilisant le français qu'ils accroîtront le prestige de leurs travaux, et non en mordant le sol devant l'anglais ?"

Le français est depuis le XIIIe siècle une langue à vocation internationale, d'abord européenne, puis levantine, puis mondiale. Il est aujourd'hui la seule langue, avec l'anglais, qui soit présente sur les cinq continents. Chaque réunion de l'OIF montre que la promotion du français encourage celles de toutes les autres langues des pays membres. Madrid, Lisbonne-Brasilia, et maintenant Pékin dressent, face à la résistible domination de l'anglais, l'arme irrésistible de la diversité. Et c'est à ce moment même que la France, qui possède une longue antériorité historique dans l'illustration de sa langue, devrait sacrifier cette dernière aux pauvres pièges de l'argent ? !

Il est encore temps de réagir devant le burlesque en passe de devenir le consternant. Il est encore temps de se mobiliser avant qu'un projet de loi porteur du cancer ne soit proposé à la représentation nationale. Une partie grandissante du public bien informé est en train de se déprendre du vertige de l'américanisation déguisée en mondialisation. L'Académie française, elle aussi, dénonce un projet suicidaire.
Quant aux masses françaises, abreuvées de sous-culture américaine, elles ne manifestent aucun désir de substituer l'anglais au français dans l'enseignement en France. Ce sont donc les forces vivantes et majoritaires du pays que l'on insulte en plaçant l'anglais sur un piédestal dont il n'a que faire, surtout venant du gouvernement français. Battons-nous pour notre langue ! Car même si l'enjeu est aussi d'éviter, par solidarité civique, aux autorités de sombrer dans le grotesque en même temps que dans l'indignité, c'est de notre identité qu'il s'agit. Il n'est plus temps de clore nos paupières : nous sommes en guerre !

1 commento

  • Sabato 27 aprile 2013
    Le Devoir Canada, Québec, Montreal
    di Christian Rioux

    [justify]Parigi – La riforma in corso destinata a autorizzare dei corsi in inglese nelle università non smette di suscitare controversie in Francia. Recentemente si è attirata le saette del famoso linguista Claude Hagège e del segretario generale dell’Organisation internationale de la Francophonie, Abdou Diouf. Mentre il primo denunciava “l’autoaffondamento del francese” su Le Monde, il secondo ha reso parte delle proprie inquietudini il primo ministro francese, Jean-Marc Ayrault.
    In una lettera ufficiale, Abdou Diouf afferma che “le nuove eccezioni che questo progetto di legge vuole introdurre nella regola che fa del francese la lingua dell’istruzione superiore e della ricerca” aprono la porta “a interpretazioni che potrebbero attentare allo status della lingua francese”. Il segretario dell’OIF intima a Jean-Marc Ayrault di resistere “alle forti pressioni a favore del monolinguismo inglese” e di “non prendere nessuna misura che possa indebolire il francese come lingua del sapere”.[/justify]

    [justify]Dalla legge Toubon, adottata nel 1994, il francese è considerata l’unica lingua dell’istruzione superiore e della ricerca in Francia. Le eccezioni riguardano solo i corsi di lingua e gli insegnanti stranieri invitati. In pratica, numerose università, soprattutto ad indirizzo economico, raggirano la legge per somministrare illegalmente dei corsi in inglese.
    La riforma promossa dal ministro dell’Istruzione superiore Geneviève Fioraso dovrebbe moltiplicare queste eccezioni, per le quali non sarà più necessario chiedere una deroga. “Se non autorizziamo i corsi in inglese, non attireremo gli studenti dei paesi emergenti come la Corea del Sud e l’India. E ci ritroveremo in cinque attorno a un tavolo a parlare di Proust”, ha dichiarato il ministro il 20 marzo scorso.

    “Servilismo beffardo”

    In un pungente articolo pubblicato nell’edizione del venerdì del quotidiano Le Monde, lo specialista internazionale del multilinguismo Claude Hagège distrugge questa riforma che, secondo lui, rientra nel “servilismo beffardo nei confronti dei meccanismi del profitto”, in una “deplorevole alienazione” e anche in una “pulsione di autodistruzione”. Per il linguista, questo “atto di autoaffondamento del francese ad opera della stessa Francia ufficiale”, a causa del suo carattere simbolico, potrebbe insinuare “il crescente dubbio sulla legittimità della promozione di questa lingua da parte degli altri paesi francofoni”.
    Il progetto di legge ha suscitato la protesta dell’Académie française, la quale teme che la legge non permetta “delle vere e proprie franchigie linguistiche nelle università”. Il deputato Pouria Amirshahi, responsabile della Francofonia al Partito Socialista ha inoltre denunciato una “legge scellerata” che permetterà alle istituzioni di somministrare l’insegnamento solo in inglese.
    Anche se “saluta” l’obiettivo perseguito dalla Francia, che vuole accogliere più studenti stranieri, Abdou Diouf ricorda che il francese è già una lingua internazionale parlata da 120 milioni di persone nei cinque continenti.[/justify]

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