Proibizionismo linguistico: Israele vuole vietare la parola «nazista»

PRIMO Sì ALLA LEGGE

Israele vuole vietare la parola «nazista».

di Rolla Scolari

Il Parlamento israeliano ha approvato in via preliminare un disegno di legge che vieta il termine «nazista» e la rappresentazione di simboli legati al Terzo Reich, se non utilizzati per propositi educativi o storici.
La proposta di un deputato del partito laico di destra Yisrael Beytenu – in coalizione con il Likud di Netanyahu – era stata già approvata domenica da una commissione ministeriale. Ci vorrà tempo (e altre votazioni del Parlamento) prima che la mozione diventi una legge, abbastanza per far crescere il dibattito che si è aperto in questi giorni sulla questione in Israele.
 

Nel dettaglio, il disegno di legge si propone di rendere un crimine l’utilizzo del termine «nazista» e di bandire ogni uso, che non sia a scopo educativo o storico,
di ogni simbolo legati al regime nazista e all’Olocausto, pena una multa pari a 20mila euro e il carcere fino a sei mesi. All’origine del documento c’è un deputato, Shimon Ohayon, secondo il quale in Israele, nella routine politica ma anche nel gergo giovanile, il termine «nazista» come offesa sarebbe diventato di uso comune. Il New York Times ha raccolto alcuni esempi: su Facebook è comparsa recentemente la fotografia del ministro delle Finanze – ritoccata- con indosso un’uniforme delle SS; nel 2011 per manifestare contro la leva militare obbligatoria, un gruppo di ultraortodossi ha vestito alcuni bambini con le casacche a righe indossate dagli ebrei nei campi di concentramento tedeschi; un commentatore sportivo ha definito «Gestapo» un arbitro di pallacanestro; in una manifestazione al Muro del Pianto di Gerusalemme la folla arrabbiata ha gridato contro la polizia: «Tornate in Germania». La stampa israeliana, però, ricorda come non si tratti di un fenomeno recente: nel 1994, in una manifestazione comparve la fotografia di Yitzhak Rabin, il premier che sarebbe stato assassinato l’anno dopo, con un’uniforme nazista. E durante i tesi giorni del ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza  del 2005, molti coloni evacuati hanno chiamato «nazisti» i poliziotti che li portavano via dalle loro case.

«Sfortunatamente – è scritto nel disegno di legge – il fenomeno dell’uso di simboli ed epiteti nazisti è cresciuto negli ultimi anni. L’intollerabile leggerezza dell’utilizzo quotidiano di questi concetti come parte del discorso politico, nell’evidente mancanza di rispetto dei sentimenti dei sopravvissuti dell’Olocausto  e dei loro familiari, è riprovevole».

Così, mentre la Francia si accapiglia sulla censura al comico Dieudonné e al suo controverso spettacolo accusato di antisemitismo, in Israele il disegno di legge solleva le critiche di ch percepisce la proposta come un attacco alla libertà d’ espressione. In Europa, alcuni governi hanno bandito l’utilizzo di simboli legati al Terzo Reich per arginare tendenze neo-naziste. Israele – scrive il New York Times – «sembra più rispondere alla trivializzazione del termine» legato a un passato troppo doloroso.

Il Paese è spaccato: «Sono la figlia di un sopravvissuto dell’Olocausto – ha detto l’ex leader laburista Shelly Yachimovich – ma chiedo a tutti di votare contro questa legge». «Siete diventati pazzi – dice Zahava GalOn, della sinistra di Meretz – settimana dopo settimana state tentando di ridurre al silenzio la popolazione e prevenire la liberà d’espressione».

La critica che forse peserà di più sul futuro della proposta è arrivata dal procuratore generale Yehud a Weinstein, secondo il quale ci sono problemi costituzionali legati al disegno di legge. In una lettera ai deputati, il pro curatore ha scritto: «E’ giusto in uno stato democratico vietare un intero mondo di immagini dal discorso politico per proteggere i sentimenti della popolazione? Non tutti i comportamenti che offendono il pubblico devono essere trattati come un crimine».
(Da Il Giornale, 17/1/2014).

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