Prestiti linguistici, calchi semantici

Dillo in italiano, baby! Prestiti linguistici, calchi semantici

di Ufficio accuratezza

Tutte le parole straniere che una lingua utilizza e fa sue sono chiamate prestiti linguistici. Il contatto tra le lingue è continuo e reciproco e nessuna è immune da quello che viene definito “intercourse”, cioè il fenomeno costante di scambio di elementi tra lingue diverse. Alcune parole sono importate per l’ovvia ragione che in una data lingua non esiste un termine che definisca un oggetto o un concetto nuovi. Ad esempio, le arance e i limoni non erano conosciuti nella nostra penisola finché non li importarono gli arabi, insieme ai loro nomi. Dagli arabi ci è arrivato anche lo zero, che mancava nella numerazione romana. Nel passato i turchi ci hanno dato il caffè, gli spagnoli (dall’haitiano) le patate e il cacao. Questi sono i cosiddetti prestiti di necessità: idee nuove e cose nuove esigono parole nuove.
Dopo la seconda guerra mondiale, dall’Inghilterra e dal Nord America si diffondono, con parole inglesi, le grandi novità della scienza, della tecnica, dell’informatica. Alcune di queste parole sono prestiti di necessità, ma molte altre sono invece prestiti di lusso, cioè vocaboli superflui perché nell’italiano esisteva già un pieno equivalente, ma che assumono una connotazione stilistica, spesso per la loro brevità: show, boom, baby-sitter, weekend. Sono proprio i prestiti di lusso a dare la misura dell’influsso culturale esercitato da una lingua sull’altra.
Alcuni prestiti vengono integrati: questo accade quando si assimilano al nostro sistema fono-morfologico, tanto da essere indistinguibili dalle parole italiane (è il caso di bistecca, dall’inglese beefsteak, o di gol, da goal), ma per la maggior parte i prestiti non sono integrati, cioè il vocabolo esotico è accolto nella sua forma originaria (tram, bar, équipe, cocktail).
Ci sono poi i calchi semantici: neologismi formati con parole indigene su modello straniero (è il caso ad esempio di “realizzare”, utilizzato nel senso di “capire”, dall’inglese “to realize”, o “domestico” per nazionale). Alcuni forestierismi, per lo più parole inglesi, ma non solo (équipe, décolleté, dal francese), sono ormai stabilmente radicati nel lessico italiano: jeans, killer, okay, scout, solo per citarne alcuni. Altre parole vengono dalla finanza o dal marketing (business, meeting, part-time), dall’informatica (mouse, computer, pc, hardware), dallo sport (basket, volley). Ci sono poi derivati da basi inglesi, come dribblare, zoomare, sponsorizzare.
Da tenere presenti, inoltre, quando si parla con uno straniero, gli pseudoanglicismi: parole all’apparenza inglesi (come autostop, autogrill) che in realtà in inglese non vogliono dir nulla, e altre che, come box, slip, blister, hanno nella lingua d’origine un significato tutto diverso: il blister per un inglese è una verruca, si rischia di venire fraintesi!
Come comportarsi con questa (apparente) invasione dall’estero?
In generale, con un po’ di buonsenso. Sarebbe opportuno accettare i forestierismi già entrati nell’uso comune; alcune traduzioni infatti sono un po’ forzate, provate ad esempio a tradurre happy hour con ora felice… Però ci sono gli allegati per gli attachment, la ginnastica per il fitness, le competenze per il know-how, e le notizie per le news.
Le parole ormai accettate nella lingua italiana (cioè, quando tutti le capiscono) non variano al plurale (si dirà film, sport, quiz e non films, sports, quizzes). Mentre neologismi e voci rare o specialistiche, vocaboli che consideriamo ancora stranieri, prendono invece il plurale della loro lingua di origine (décolletées, highways, wonder-women). Su Vanity queste parole sono riportate in corsivo. Per quanto riguarda il genere, soprattutto nel caso dell’inglese che classifica tutti i sostantivi come neutri, si attribuisce il genere che ha la parola corrispondente in italiano. Ad esempio: la mail=la posta; il form=il modulo, la hall=la sala.
Sui “prestiti di lusso”, mentre il De Mauro è più tollerante, il “nostro” De Rienzo è categorico: non solo non aggiungono nulla alla precisione ed espressività della nostra lingua, ma la violentano foneticamente. Da scartare senz’altro i neologismi di gergo: printare, scannare, sendare, linkare. E un velo pietoso sugli incomprensibili incarichi lavorativi tradotti in inglese; un mio amico che è hardware implementation engineer mi dice di non sapere esattamente di che cosa si occupa.
Certo, se da domani diventassimo i fact checkers e proofreaders dell’accuracy office, ci sentiremmo subito molto più trendy!
(Da http://blog.vanityfair.it/, 9/3/2011).

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