PECHINO APRE GRATIS ALL’AFRICA. ROMA TACE, BRUXELLES NON CAPISCE

Dichiarazione di Kadmo Giorgio Pagano

La decisione della Cina di eliminare i dazi a 53 Paesi africani senza chiedere reciprocità non è una notizia commerciale fra le altre. È un fatto geopolitico di prima grandezza. Eppure il Governo italiano tace, e questa Unione europea continua a leggere il mondo con categorie vecchie, subalterne e ormai insufficienti.
Qui non siamo davanti a una semplice differenza di politica economica fra Pechino e Washington. Siamo davanti a due idee opposte di ordine mondiale. Gli Stati Uniti alzano barriere, disciplinano i mercati, fanno pagare l’accesso. La Cina apre il proprio mercato, non chiede nulla in cambio e trasforma il commercio in proiezione strategica. Chi non capisce questo, non sta capendo dove si sta spostando il baricentro del mondo.
L’Italia, dentro questo quadro, non ha una linea. Ha reazioni episodiche, dichiarazioni intermittenti, una presenza africana troppo debole per incidere e troppo amministrativa per competere. Parla di energia, di migranti, di porti, ma non vede che la vera partita è la riscrittura delle gerarchie del commercio mondiale.
Ma la responsabilità non è soltanto di Palazzo Chigi. È anche di questa Unione europea. Un’Unione che non va demolita, ma che resta congelata: troppo integrata per tornare davvero agli Stati nazionali, troppo poco federale per diventare una potenza autonoma. Ha costruito euro, mercato, istituzioni e diritto comune, ma non ha ancora costruito un vero soggetto storico continentale.
Il suo limite non è solo economico o militare. È anzitutto geoculturale. L’Europa non può costruire una geopolitica indipendente se prima non dispone di una propria geocultura: una infrastruttura di lingua, sapere, memoria, moneta, immaginario e accesso democratico alla conoscenza. Senza questa premessa, ogni autonomia strategica resta formula vuota.
Per questo la risposta non può essere né il ritorno regressivo agli Stati nazionali, né la prosecuzione tecnocratica dell’Unione così com’è. La falsa alternativa va spezzata. È qui che nasce Europa+: non più Europa amministrativa, ma un salto storico, federale e continentale; non una somma di procedure, ma una civiltà politica capace di sottrarsi tanto al dollaro quanto allo yuan. Lo dice chiaramente il dossier +EUROPA? NO. EUROPA+ RUSSIA: gli Stati europei isolati sarebbero più esposti, non più sovrani; l’attuale UE, invece, ha unificato strumenti senza produrre ancora un vero destino comune.
L’alternativa, dunque, non è tra Washington e Pechino. L’alternativa è tra subalternità e compimento europeo. Tra un continente che continua a reagire agli altri e un continente che torna a pensarsi come soggetto storico. Per questo dico: non basta più “più Europa”. Serve Europa+. Una Grande Unione Europea capace di pensarsi da Nuuk a Vladivostok, col cuore nel Mediterraneo, e di aprire finalmente un terzo spazio nel mondo multipolare: non dollaro, non yuan, ma sovranità europea.
O l’Italia capisce subito che il fronte africano è il banco di prova della propria serietà strategica, oppure continuerà a parlare del mondo quando il mondo avrà già deciso senza di lei.

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