A volte, le situazioni politiche più insopportabili generano un’insofferenza che rende invivibile l’esistenza dei popoli oppressi.
Questa insofferenza, pur accompagnando di solito le condizioni peggiori in cui un essere umano possa trovarsi nel presente, è spesso madre di grandi rivoluzioni future.
Difficile, al contrario, che qualcuno si ribelli senza una forte consapevolezza e spinta emotiva. L’accettazione passiva di comportamenti oppressivi o condizioni di disuguaglianza nasce proprio dalla mancanza di una coscienza politica. Le grandi dittature, come quella cinese, sono colpevoli di aver punito in ogni modo le manifestazioni di libero pensiero; certe democrazie, come la nostra, sono colpevoli di aver permesso il libero pensiero lavorando con ogni mezzo perché non nascesse mai. Così, mentre l’insofferenza per l’oppressione, pur essendo atroce, è quantomeno fertile e alla lunga genera figli forti, in grado di abbattere la dittatura-padre che li ha generati, lo spleen occidentale, creato ad arte tra distrazioni, propaganda e disinformazione, purtroppo, è sterile, e costituisce di fatto una polizza a vita per qualsiasi forma di regime.
Le persecuzioni verso la lingua dei tibetani hanno spinto questi ultimi a mobilitarsi e hanno generato l’indignazione della comunità internazionale. Gli occidentali adorano indignarsi, perché è un’attività che ha il pregio di fornire una considerevole distrazione poco impegnativa e ancor meno costosa. Per cambiare le cose in casa propria, invece, bisogna informarsi e attivarsi, due verbi che tendono a essere accompagnati dai sostantivi “fatica” e “sudore”.
Ecco perché c’è la fila per l’indignazione verso l’oppressione linguistica della lingua Han sul tibetano e nessuno invece si muove per l’imposizione dell’inglese sull’italiano e le altre lingue comunitarie. Trattandosi di un’imposizione subliminale, anziché palese, non solo non viene contestata, ma si regge in buona parte sul sostentamento e l’adesione dei singoli individui, che sacrificano volentieri la propria lingua a quella di Albione visto che formalmente nessuno li costringe a farlo.
Immaginiamo per un attimo che l’obbligo della certificazione del livello B2 d’inglese per insegnare italiano, oppure la docenza in inglese di materie non linguistiche, misure previste dalla Riforma Gelmini, fossero state sancite da una dittatura anglofona ufficiale. Assisteremmo a svariate forme di resistenza, ribellione e, naturalmente, indignazione difficili da contenere. Non essendo così, l’Italia pullula invece di sostenitori dell’inglese dappertutto e per tutti.
Dietro questa scusa, la Gelmini sta tagliando posti di lavoro e incentivando il precariato con misure demenziali: eppure tutti lo sostengono, perché, come fosse una nuova religione, suona ridicolo anche solo contestare l’inglese, figurarsi (come noi faremo invece il 28 maggio) manifestare contro l’imposizione dell’inglese.
Non è ridicolo, però, manifestare contro l’imposizione del cinese.
Questo è strano, perché se si fa un confronto fra le lingue che sta uccidendo l’espansione incontrollata del global english e quelle invece minacciate dal cinese, il paragone è semplicemente inesistente. Se, in base a stime ottimistiche, più del 50% delle lingue del mondo rischia di estinguersi entro il secolo, è principalmente a causa dell’uso estensivo dell’inglese e della sua imposizione a livello internazionale; il cinese è un problema per ben poche lingue, fra cui il tibetano.
Quindi perché le manifestazioni contro l’apprendimento forzato del cinese suonano logiche e quelle contro l’apprendimento forzato dell’inglese no?
E’ ovvio: perché l’inglese è democratico. Non è mica la lingua di un regime che non rispetta i diritti umani.
Così dicono, almeno. Provate ad andare a Guantanamo o a citofonare a casa dell’unica superstite della famiglia Saddam.





