CONTROMANO
SE LA LINGUA DEI POLITICI FA RIMPIANGERE IL VECCHIO POLITICHESE
di CURZIO MALTESE
Il disgusto per il livello di decadimento della lingua dei politici è tale che ormai a risentire in un vecchio filmato le famose «convergenze parallele» di Aldo Moro si prova un moto di sollievo, quasi simpatia. Ha ragione Giorgio Bocca, che l’ha scritto tempo fa trattando della rissa scatenata
da Letizia Moratti contro Giuliano Pisapia: ormai non esiste un politico di nessun livello, ministro o assessore, che riesca a esprimersi in un italiano non diciamo corretto, ma almeno decente.
L’uso della lingua in politica è un segno sicuro per capire la salute democratica di un Paese. L’italiano della prima parte della Costituzione è una lingua soda, limpida, popolare eppure alta. I tentativi di riscrivere la Costituzione degli ultimi anni sono invece arzigogolati, burocratesi, a volte semplicemente analfabeti. I discorsi di De Gasperi, Togliatti, Nenni erano discorsi di uomini colti, in qualche caso con il vezzo della citazione erudita, ma quasi sempre chiari e diretti. Il ricorso alla propaganda più becera, agli slogan offensivi, era tutt’altro che disdegnato, ma tutto sommato marginale rispetto al dibattito nazionale.
Il politichese del declino repubblicano indicava già una perdita di senso, un imbastardirsi progressivo della democrazia nella pura tutela d’interessi di parte da nascondere con un meta linguaggio per addetti ai lavori.
Con la caduta della Prima repubblica, il giusto rifiuto del politichese è però precipitato subito in una lingua populista da osteria. Una finta democratizzazione. In realtà la sostituzione di una maschera raffinata, il politichese, con una assai più grossolana, il populismo.
Sempre per tutelare inconfessabili interessi di pochi, pochissimi e soprattutto di uno. Il maggior successo del berlusconismo è stato d’imporre questa lingua povera, fatta di slogan e luoghi comuni ripetuti all’ossessione, anche agli avversari.
I talk show sono diventati il pollaio che conosciamo, dove ormai è impossibile imbattersi in un barlume d’intelligenza, di complessità, fosse pure l’uso corretto del congiuntivo. In questo ormai non c’è troppa distanza fra i cortigiani del berlusconismo e gli oppositori.
Bersani mima un linguaggio popolare fatto di proverbi e «buonsensimo», che risulta alla lunga stucchevole e quasi caricaturale. Per non parlare di Di Pietro o di Beppe Grillo. Tutti urlano a
squarciagola frasi fatte, per sovrapporsi ad altre frasi fatte. Le cronache ci rivelano personaggi come Scilipoti, che è laureato in Medicina eppure parla un italiano da ripetente delle elementari.
Perché stupirsi se uno che parla così, poi agisce in quel modo?
(Da Il Venerdì di Repubblica, 20/5/2011).
La politica delle parole
Pane al pane
di Lorenzo Mondo
I giorni tormentati che si avvitano intorno alla crisi di governo hanno consentito, quasi a scacciapensieri, di intrattenerci sui comportamenti linguistici indotti dalle circostanze nell’arengo politico. Prendiamo i grillini. Non hanno adottato la flebile voce degli animaletti appartati e notturni evocati dal nome del loro movimento. Si sono espressi anzi con plateale ruvidezza, mettendosi in fila sulle orme del Grillo parlante; il solo abilitato ad avviare il coro. Il comico tonitruante non ha lesinato insulti beffardi all’universo degli avversari, ricorrendo al linguaggio della suburra e dell’avanspettacolo pecoreccio. Il «vaffa», coniugato con la coprolalia, è diventato quasi un intercalare. Ha commentato il suo ennesimo rifiuto alla trattativa con l’attacco ai «padri puttanieri», identificati paritariamente con «i Bersani, i D’Alema, i Berlusconi, i Cicchitto, i Monti che ci prendono allegramente per il culo». Ed ha concluso che saranno mandati a casa dai «figli di nn» (trovando consonanza, nel puttaneccio, con il cantante Battiato che se l’è presa con le «troie del Parlamento»). Un linguaggio non propriamente da statista che si segnala tuttavia per la sua chiarezza.
Passiamo dall’altra parte, dai politici oggetto delle sue contumelie. Berlusconi e compagnia, pur presentandosi in doppiopetto, sono al momento altrettanto chiari, in termini espressivi, sulle loro certezze. Non è accaduto così nello schieramento della sinistra, capitanato da Bersani, che si è sobbarcato il duro peso di una trattativa apparsa fin dall’inizio, agli occhi di tutti, perdente. Coinvolgendo il pur riluttante Napolitano, ha confidato nel gioco pressoché scaramantico delle parole. Si è cominciato con il «preincarico» affidatogli dal Quirinale, si è arrivati all’ammissione di un fallimento, dovuto a «preclusioni o condizioni che non ha ritenuto accettabili», si è concluso con una «non rinuncia» del Presidente «semi-incaricato» che diventava tuttavia «congelato».
Siamo già abituati al lessico contorto e sfuggente della politica, a un dire e non dire che non si cura delle normali possibilità di comprensione. Mai ha fatto così mala prova come oggi. Tra il parlare volgarmente perentorio di Grillo e quello felpato e sviante del Palazzo sarà pure possibile trovare qualcosa di diverso. In realtà, il linguaggio della politica sfuma nella politica del linguaggio, rivela una stessa radice malata. Anche attraverso il linguaggio passa il sentimento della crisi che turbai nostri giorni.
(Da La Stampa, 31/3/2013).
Bussole
Lessico dei tempi feroci
di Ilvo Diamanti
I politici della Prima Repubblica. Erano incomprensibili. Il linguaggio era fatto apposta per non essere compreso. Se non da loro. Al loro interno. Messaggi cifrati. Obliqui. Paralleli. I cittadini, d’altronde, non se ne occupavano troppo. I discorsi politici e dei politici: non li interessavano. Tuttavia, la società non era estranea al contesto politico. "Con-testo", appunto. Un "testo" condiviso. Perché la politica è rappresentanza e rappresentazione. I "rappresentanti" riflettono la società e la società vi si riflette. Almeno in parte. E il linguaggio ne era lo specchio. Così, le persone parlavano in modo "educato". In pubblico. Le parolacce non erano ammesse. Quando scappavano, il responsabile veniva guardato con un sorriso tirato, di riprovazione. Sui giornali e sui media, poi, guai. Quel "Cazzo!", pronunciato sapientemente da Zavattini, nel 1976, fece rumore. Anzi, fragore. Mentre quando Benigni in tv, ospite della Carrà, recitò tutti i sinonimi della "passerottina" (dalla chitarrina alla vulva…), sollevò grandi risate, ma molto meno clamore. Era il 1991. Il muro di Berlino era caduto. E stava travolgendo anche il sistema politico italiano. Seppellendo, insieme alla Prima Repubblica, una civiltà formalista e un po’ ipocrita. Dove il distacco tra società e politica era riprodotto dall’impossibilità di comprendere quel che avveniva "in alto". I politici non erano apprezzati né, tanto meno, stimati. Anche prima di Tangentopoli. Venivano considerati disonesti. Inattendibili. Disinteressati ai problemi della "gente comune". Eppure non ci si faceva troppo caso. Tutti votavano sempre. Allo stesso modo.
Certo, negli anni Settanta i movimenti sociali portarono in piazza slogan violenti. Ma si trattava di metodi di lotta. Il linguaggio era usato come strumento "politico". Non "antipolitico". Perché, comunque, la "politica" e la "classe politica" contavano. Il loro "potere" era riconosciuto.
Oggi, anzi, da almeno vent’anni: la scena è cambiata. I politici sono impopolari come prima, più di prima. Ma nessuno si fa scrupolo a dirlo. Neppure i politici. I quali si fanno schifo e se lo dichiarano reciprocamente. Non c’è nessuno, d’altronde, che sia disposto ad ammetterlo. Di essere un politico. Neppure i dirigenti di partito, i parlamentari, i senatori. Tutti im-politici. Il vetro che separava i politici dalla società e la società dai politici: si è rotto. Certamente, almeno, dal punto di vista della comunicazione e del linguaggio. L’alto e il basso. Chi sta in alto, i rappresentanti, insegue chi sta in basso, i rappresentati. E scende più in basso possibile. Tutti leader e tutti follower. Gli "eletti" fingono di essere come il "popolo". Per imitare il "volgo" cercano di essere "volgari". E ci riescono perfettamente. Senza fatica. Perché spesso sono peggio di loro. Nei comportamenti e nelle parole. Hanno trasformato il Parlamento e la scena politica in un luogo dove non esistono limiti né regole. Ai discorsi, al linguaggio.
Fra i rappresentanti e i rappresentati, è un gioco di specchi infinito. Così l’esibizione di chi "ce l’ha duro" si alterna al grido di "Forza gnocca". Mentre si sviluppano relazioni internazionali tra "Cavalieri arrapati" e "Culone inchiavabili". Di recente, infine, nelle piazze, nei palazzi e sui media echeggiano i "vaffanculo", ripetuti all’infinito. Da chi rifiuta di dialogare con i "morti-che-parlano-e-camminano". Con i "padri puttanieri della Patria". Che sono già morti. E, comunque, "devono morire". Il più presto possibile. Per cambiare davvero il Paese.
È il clima del tempo. Il linguaggio del tempo. (Ben riassunto nel Dizionario della Seconda Repubblica, scritto da Lorenzo Pregliasco e di prossima pubblicazione). Contamina tutto e tutti. Anche gli artisti più gentili. Perfino lui, l’Artista a cui mi rivolgevo nei momenti più concitati. Quando vivevo "strani giorni". Mi rassicurava, sussurrando: "avrò cura di te". Anche lui, divenuto "politico", descrive il Parlamento come un luogo affollato di "troie disposte a tutto".
E, allora, perché resistere? Perché rivolgersi, ancora, agli altri in modo educato? Perché chiedere rispetto: tra genitori e figli, professori e studenti, autorità e cittadini, immigrati e residenti, vicini e lontani, amici, conoscenti e sconosciuti. Perché? E perché limitarsi alle parole e non passare alle vie di fatto? D’altra parte, la distanza è breve. Le parole sono fatti.
Perché mai, allora, io – proprio io – dovrei essere l’ultimo "coglione" rimasto in circolazione? L’unico a trattare tutti, ma proprio tutti, con rispetto? Anche coloro che non rispetto?
Così mi arrendo. Al clima e al linguaggio del tempo. E, per chiudere, rilancio un elegante adagio raccolto al Bar da Braun: "Andate tutti a-fare-inculo. Voi e la vostra politica del cazzo".
Appunto a margine.
Ho svolto il filo del discorso sul rapporto – degenerato – fra linguaggio, politica e società cercando di essere coerente. Fino in fondo. Eppure, questo linguaggio mi dà fastidio. Scrivere così, a maggior ragione, mi dà (e io mi do) fastidio. Non lo farò mai più. E se le parole servono a "rappresentare" la realtà, se il linguaggio è rappresentanza, io, oggi, non mi sento rappresentato. In questa "Repubblica a parole" (o meglio: "a parolacce"), mi dichiaro prigioniero politico. In questi tempi cattivi, sempre più feroci, mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
(Da repubblica.it, 30/3/2013).
UNA MORATORIA AL TURPILOQUIO SUGGERIMENTO PER LA TERZA REPUBBLICA
di Paolo Di Stefano
Vi ricordate la regola delle dodici P che ci insegnavano i nostri professori delle scuole medie? «Prima
pensa poi parla perché parole poco pensate possono portare perenne pentimento».
Bisognerebbe ricordarsene, ogni tanto. Personalità pubbliche, scrivetevi un bigliettino, portatelo sempre con voi e fatene un pro memoria di pronto uso. In fondo anche i genitori, abituati agli intercalari sboccati, con i loro figli, persino nei momenti di massima furia, riescono a contare fino a tre e a trattenersi. Perché non dovrebbe imporselo anche un politico davanti a un microfono? In fondo comunicare è il suo mestiere. È pagato anche per questo.
Ora, non si dice di recuperare il linguaggio bizantino, astratto e forbito da Prima Repubblica.
E nemmeno si dice, per carità di patria, di buttarsi tra le braccia del presunto moralismo «politicamente corretto» (demonizzato più della criminalità organizzata). Ma almeno evitare le «troie» e i «puttanieri». Ci sarà pure una differenza tra un lupanare e il Parlamento, tra un bar sport e un Consiglio regionale. La regola base di ogni discorso è l’adeguamento al contesto: in casa posso permettermi espressioni (bambini permettendo) che in chiesa non potrei mai usare. Non c`è bisogno di aver letto Jakabson per saperlo.
Invece, il turpiloquio è diventato un sistema indifferenziato, che vale ovunque, fa comunque «figo», sa di sincerità pane-al-pane e di anticonvenzionale. Al contrario, è programmaticamente finto, protervo, ridicolmente conformista. È un artificio insopportabile, così come lo erano certe astruserie fanfaniane. E il bello (anzi il brutto) è che l’insulto come programma politico arriva proprio dai più feroci oppositori morali e civili della tanto vituperata Seconda Repubblica, gloriosamente passata alla storia con la sua cascata di «coglioni», «cazzi», «stronzi» eccetera. Ora, non sarebbe male che la discontinuità tanto agognata cominciasse dal linguaggio. La rivoluzione politica di questo Paese potrebbe partire da una moratoria del «vaffa». Con la regola della P: che non significa «pirla».
(Dal Corriere della Sera, 28/3/2013).
APPLAUSI DA TUTTI
E Colombo alla fine seduce con lessico d’antàn
di FABIO MARTINI
Aveva vegliato al suo discorso per tutta la notte. Togli un aggettivo, arrotonda un concetto.
A 93 anni il senatore a vita Emilio Colombo, ultimo tra i costituenti ancora in campo, era atteso ieri mattina da un incarico che lo emozionava: aprire i lavori del Senato. Aveva lavorato di bulino fino all’ultimo minuto, ascoltando l’intervento col quale il collega anziano della Camera aveva aperto i lavori di Montecitorio.
Poi, alle 10,55 era salito sullo scanno più alto di palazzo Madama, con indosso uno di quei completi, che nella Prima Repubblica avevano reso proverbiale la sua eleganza. E, quando ha iniziato a scandire il suo discorso, si è compiuto un piccolo miracolo: pur intessendo il suo intervento di un lessico antico, è riuscito a «parlare», a «comunicare» ad un’assemblea rinnovata, nella quale erano presenti oltre cinquanta grillini, che alla fine lo hanno applaudito. Diverse le espressioni tipiche della lunga stagione democristiana, di cui Colombo (da presidente del Consiglio e più volte ministro) è stato interprete fedele. E allora, ecco il «pensiero deferente al presidente della Repubblica», «l’augurio di un buono, fervido lavoro». Ma, assieme a quel linguaggio d’antàn, Colombo ha anche proposto concetti che non sono caduti nel vuoto: «Una contrapposizione statica delle differenti interpretazioni culturali, etiche e politiche dell’attuale momento porterebbe alla paralisi istituzionale».
E poi la chiusa, in prima persona: «Viviamo un tempo, e così apparve a me agli esordi dell’Assemblea costituente che si propone come una stagione di ricostruzione di grandi valori collettivi, per
una Europa aperta alle istanze del rigore e a quelle della crescita».
Alla fine il consenso che lo ha salutato è stato chiosato dal resocontista del Senato con un «generali applausi», la migliore gratificazione per l’ultimo Costituente.
(Da La Stampa, 16/3/2013).
IL LINGUAGGIO DEL POPULISTA
di RAFFAELE SIMONE
Nella storia moderna non c’è capo populista che non si sia creato un suo linguaggio, invariabilmente
estremo, oltraggioso e sbruffone, come si pensa che il popolo parli. Perciò, il linguaggio di Beppe Grillo, che sembra così nuovo, non lo è affatto, anche se è ingegnosamente intonato al tempo.
Il linguaggio del populista perfetto, del resto, obbedisce stabilmente a tre o quattro regole.
Regola prima: costruire una cornice in cui i fatti correnti e le imprese del movimento si possano
inquadrare senza difficoltà. Quella di Grillo è la "guerra" o la "rivoluzione". Siamo in guerra è il titolo del librettino ideologico di cui è autore con Casaleggio. Ma il quadro bellico si presenta sempre a cavallo tra la guerra vera e il soft war (la guerra finta in cui adulti vestiti di tutto punto da militari si combattono con armi identiche a quelle vere salvo che sparano … facendo plop): non è chiaro, ad esempio, se l’ " arrendetevi, siete circondati!" rivolto di recente al Parlamento sia un avviso ultimativo o un bluff alla Franco Franchi. L’ambiguità tra comico e serio è una delle cifre del blagueur consumato. Seconda regola: appiccicare agli avversari dei nomignoli che ne esaltino un tratto deformato e li sommergano nel ridicolo. Qui di nuovo l’inventiva di Grillo oscilla tra ricordi d’infanzia e Dylan Dog, con una strizzata d’occhio agli strati infimi della cultura popolare: lo Psiconano (il signor B.), Topo Gigio (Veltroni), Alzheimer (Prodi), Salma (prima Fassino poi Napolitano), Azzurro Caltagirone (Casini), mentre i media sono barracuda e Monti è Rigor Montis. In ogni caso, l’avversario è un cadavere o uno zombie (Bersani, detto anche Bersanator, è un "morto che parla") e una rubrica del blog di Beppe si intitola rotondamente "le Facce da culo". Se a una persona riflessiva questi epiteti possono parere loschi, anche per l’ossessione funebre, l’impressione di uno del movimento sarà invece di prossimità. Anche in questo gergo da sistematica "presa per il culo" spuntano curiose evocazioni da scuola media girate in sarcasmo: "un governo tecnico non esiste in natura".
Terza regola: fare apparire marziano il linguaggio degli altri, perché oscuro, contorto e fuori della realtà rispetto a quello del capo. Ciò significa semplificare anche brutalmente gli argomenti complessi, in modo che tutti abbiano l’impressione di capirci qualcosa e di ritrovare la propria realtà. Così l’incompetenza diventa meno visibile e il popolo si sente interpellato direttamente. (Ma va detto che, essendo il linguaggio degli altri davvero "marziano", qui Grillo ha gioco facile.)
Quarta regola: praticare uno stile pubblico eccessivo. Qui Grillo non ha bisogno di modelli, essendo un attore collaudato. La sua recitazione in pubblico è a braccio (con ripetizioni frequenti da un discorso all’altro), smodata, urlata fino a sgolarsi e accompagnata da una corporeità debordante (scuotimenti
incessanti del corpo e della vasta zazzera), secondo schemi sperimentati in trent’anni di spettacolo.
Il capo, pur parlando il linguaggio della gente, in effetti sia irraggiungibile e quasi invisibile.
È questo forse il vero elemento nuovo del grilliano come stile comunicativo: dice quel che
pensa il popolo (in forma appena un po’ più elaborata) e con le parole che ritiene che il popolo userebbe, però dal popolo e dalla tv si lascia corteggiare, non accostare o rivolgere la parola. Più
in là di lui su questo sentiero sta solo il suo silenzioso socio Casaleggio, che come l’oracolo di cui
parla Eraclito "non dice né nasconde, ma manda segni".
(Da La Repubblica, 14/3/2013).
IL NUOVO CHE AVANZA
Addio politichese sono gli insulti l’arma antipolitica
di Vittorio Feltri
Pierluigi Battista, in un articolo ben documentato apparso ieri sul Corriere della Sera,
evidenzia come il turpiloquio abbia ormai fatto irruzione nel Palazzo e stia soppiantando il classico
politichese, linguaggio astruso caro ai parlamentari della Prima Repubblica, con il quale cercavano
di esprimere concetti inesprimibili, complicati o forse semplicemente confusi, vuoti, deboli.
L’uso e l’abuso delle parolacce sono stati incrementati negli ultimi vent’anni dal cosiddetto «nuovo
che avanza», dall’antipolitica, da personaggi che non conoscono l’arte della parola, non hanno studiato
eloquenza, se ne infischiano del galateo e coltivano il cattivo gusto nella convinzione che, per essere chiari e diretti, sia obbligatorio andare giù piatti, meglio ancora: volgari.
Beppe Grillo si è impadronito dell’oscenità verbale e l’ha elevata a metodo infallibile per squalificare
e dileggiare gli avversari, avendone compreso la forza mortificante se non addirittura distruttiva.
Il suo motto preferito, adottato anche quale logo dei suoi convegni piazzaioli, d’altronde è assai pregnante: «Vaffanculo».
Che non necessita di chiose per colpire (…) (…) nel segno. Al guru del Movimento 5 Stelle non si può muovere l’ accusa di essere l’inventore dell’amaro stil novo e di averlo imposto nell’ambiente dei partiti. Egli si è limitato a trasferirvelo dalla cosiddetta – e molto lodata – società civile, da tutti citata come serbatoio di idee fresche e superiore moralità. Il grillesco «vaffanculo» passa infatti di bocca in bocca da decenni ed è il segno che la democrazia è un traguardo raggiunto: almeno sul piano lessicale. Infatti ci si vaffanculeggia in qualsiasi ceto sociale, dal più basso al più alto. A furia di mandarci l’un l’altro a fare in culo, questo perentorio invito a pratiche sessuali un tempo considerate contro natura (oggi non più, anzi) ha perso ogni valenza nefanda e il significato originario: in pratica, è stato desemantizzato. Non dico che abbia acquisito il senso di una carineria, ma non suona più come un’infamia. Probabilmente Grillo e i suoi adepti quando desiderano manifestare affetto a qualcuno, in mancanza di altre risorse lessicali, gli dicono cortesemente: vaffanculo. È un modo un po’ rozzo per fraternizzare tra persone accomunate dalla medesima cultura della semplicità. Il turpiloquio come slang che facilita i rapporti tra gente bisognosa di sentirsi in compagnia di amici; basta un vaffanculo detto al momento giusto e col tono giusto per riconoscersi: apparteniamo al medesimo club.
Non è bello, non è elegante, se ci udissero le nostre nonne dire certi spropositi si scandalizzerebbero e ci toglierebbero il saluto. Ma il mondo è cambiato, e sono cambiati inevitabilmente anche il costume e il vocabolario quotidiano. Per cui se un nostro collega se ne esce con una sciocchezza, noi lo riprendiamo: non dire cazzate. Se uno ti fa una proposta che giudichi assurda, non gli rispondi: no, grazie, non posso accettarla. Ma sorridi e dici: col cazzo che ci sto!
Il cazzo ormai ci è tanto familiare che anche le signore lo ritengono un innocente intercalare: cazzo che spavento, cazzo che meraviglia, cazzo che noia, oddio che testa di cazzo. Gli organi deputati alla riproduzione spopolano nelle conversazioni. Un uomo stolto non è uno stupido, ma un coglione. Un
uomo dall’aspetto piacente non è altro che un gran figo. E un film di successo è una figata pazzesca.
Perfino gli escrementi si prestano a metafore ricorrenti: smetti di fare lo stronzo. Oppure: questo articolo è una vera cagata. Probabilmente alcuni lettori inorridiranno mentre leggono questa mia prosa infarcita di scurrilità, ma, se ci riflettono bene, si renderanno conto che essa riproduce fedelmente la realtà linguistica del nostro Paese: ci si esprime così in casa, in ufficio, al cinema, in tv. E la politica, che nel proprio microcosmo riverbera il macrocosmo sociale, non fa eccezione.
Non abbiamo titoli per rimproverare i rappresentanti del popolo di parlare come il popolo, cioè noi. La volgarità cammina sulle gambe dei cittadini e arriva anche a Montecitorio e a Palazzo Madama, è sufficiente dare un’occhiata alle scarpe che essi calzano e ai vestiti che indossano. Mala tempora currunt? Sì, ma corrono da millenni.
(Da Il Giornale, 3/3/2013).
LA PAROLA SBAGLIATA
CI SONO parole che la politica dovrebbe pronunciare con più cautela, soprattutto se vengono brandite contro un avversario, prese in prestito per descrivere uno stato delle cose, urlate per stupire. Si trasformano invece in banali e bieche metafore che stridono come unghie sul vetro. Ma soprattutto fanno male. Un tempo furono lager e gulag, piegate a un livello d’astrazione
assurdo e mai proporzionate, nella loro storica tragicità, alle situazioni che ne invocavano l’ardito e sciocco accostamento. Oggi è cancro. Da Berlusconi a Bersani, passando attraverso la Polverini, solo per citare gli esempi più recenti, la parola viene usata per marchiare degenerazioni sociali, economiche e politiche. Né il termine né la malattia, lo sappiamo tutti, per fortuna sono più un tabù, ma – e ce lo dicono oncologi e psicologi – il loro uso disinvolto e spesso sbagliato ferisce i malati e chi li cura: medici e familiari. Riportandoci, tra l’altro, agli anni dell’oscurità, quando il tumore veniva considerato incurabile, una maledizione laica o una punizione divina. E poi, chi fa politica non dimentichi mai che un po’ di eccentricità richiama consensi. Uno sforzo di fantasia retorica, tra metafore e metonimie, potrebbe un po’ aiutare.
(Da La Repubblica, 18/1/2013).
Il premier
«Un po’ formale il nome dell’account»
Per la prima volta, in radio, Monti parla e scherza a proposito del proprio sbarco su twitter. «MonTwitter? avrebbe fatto felice Littizzetto che mi chiama MontBlanc…».
Mario Monti svela a Radio Monte Carlo il suo recente sbarco sui social network e ammette che sì, l’account «senatoreMonti» «è un po’ incoerente con la logica informale di Twitter».
Poi, dopo essersi complimentato con Beppe Severgnini che «cinguetta a meraviglia», spiega: quando «tardivamente ho deciso di lanciarmi ho scoperto che Mario Monti, declinato in tutti i modi possibili, era già occupato».
Monti scherza poi proprio sul termine account facendo notare la stranezza di chi «esce dalla contabilità e si trova di nuovo un account. «Normale per un bocconiano», gli viene fatto notare: «su questo ammette – sono molto legato a Fassina».
(Da La Stampa, 10/1/2013).
Intervista Il linguista Marazzini
“Addio umiltà Il Prof resta british, ma ora fa politica”
di Rossella Martina
Quella che poteva sembrare un anno fa timidezza linguistica si sta trasformando in un abile strumento di comunicazione che non esita a portare affondi sorprendenti. Negli ultimi giorni Mario Monti ha svelato una capacità mediatica – quantitativa e qualitativa – che ha preso alla sprovvista gli avversari. Lo stile comunicativo del professore della Bocconi ha subito una variazione evidente pur senza tradire lo stile anglosassone – pacato, misurato, con la lentezza che fa pensare che ogni parola sia scelta dopo attenta riflessione – che lo ha sempre caratterizzato. Ma oggi Monti è più esplicito, più chiaro, più diretto e il suo humour è divenuto decisamente più affilato, meno criptico.
Di questa metamorfosi, forse destinata a ulteriore evoluzione, ne parliamo con il professor Claudio Marazzini docente di Lingua italiana all’Università del Piemonte Orientale e membro del consiglio direttivo dell’Accademia della Crusca, massima istituzione e quindi massima autorità per ciò che riguarda la lingua italiana.
“Una delle cose che linguisticamente mi ha colpito – dice il professor Marazzini – è stata la capacità inventiva di Mario Monti: basta pensare all’immediato successo del ‘salire in politica’, espressione subito ripresa e adottata dai mezzi di comunicazione in evidente opposizione con quello ‘scendere in campo’ berlusconiano che, a sua volta, ebbe tanta fortuna. Non vi era nulla di negativo nello ‘scendere’ in politica in quanto espressione che deriva da scendere nell’agone, scendere nell’arena. Ma Monti ha saputo rovesciare e giocare a suo vantaggio il cavallo di battaglia dell’avversario Berlusconi”.
E’ mutato il modo di esprimersi del presidente del Consiglio da quando è anche candidato a succedere a se stesso?
“Se andiamo al discorso fatto da Monti al suo insediamento un anno fa registriamo un’umiltà e una remissività che oggi sono scomparse. Oggi, forte dei risultati ottenuti, può permettersi quella sicurezza che è propria di un economista bocconiano di fama europea quale egli è. E d’altro canto va registrata anche una maggiore semplicità nel suo linguaggio. Se scorriamo l’Agenda Monti vi leggiamo un preciso segno linguistico: un grande sforzo di comunicazione e di chiarezza rispetto a uno stile più sofisticato usato fino a qualche tempo fa”.
Il tecnico si è fatto politico, il robot si va facendo umano. Troppo umano quando parla di “tagliare le ali” o di “silenziare” qualche avversario?
“E’ ovvio che in questo passaggio Monti deve usare un linguaggio con elementi più caratterizzanti: deve dare battaglia, non vuole passare inosservato! E tuttavia non vi vedo un abbassamento di livello, lo stile resta di qualità: siamo abituati a ben altro. Inoltre i toni polemici e le battute sono normali in questa fase, durante una campagna elettorale. Certo Monti non deve eccedere. Ma non credo vorrà abbandonare lo stile che lo caratterizza, che lo distingue e per cui molti lo apprezzano. No, non credo che si faccia trascinare dalla polemica: anche partendo dal linguaggio si capisce la forte capacità di controllo, direi la tempra di ferro dell’uomo. Il suo italiano è straordinariamente sorvegliato. Per esempio: i tecnocrati di solito usano molti termini inglesi, lui invece ne fa un uso misuratissimo, segno che tiene alla lingua italiana”.
(Da La Nazione, 4/1/2013).
VERSO IL VOTO
ETIMOLOGIA DEL SALISCENDI DI MONTI
di Giuseppe Aragno
Si recita a soggetto. È il gioco delle parti tra chi in politica è «sceso» e chi invece pretende di «salirvi». E non si tratta solo delle ambizioni malate di quanti esaltano nel potere anche ciò che il potere disprezza. In discussione sono le sorti della democrazia e la formazione dei nostri giovani.
Ogni scienza ha i suoi limiti. Attendersi che un economista si orienti tra le ragioni dantesche del De Vulgari Eloquentia e del Convito sarebbe veramente troppo. Monti, poi, che si sente chiamato a una missione, non sfugge a una regola quasi universale: misurare stesso col metro con cui «misura le sue cose» e si pensa «magnanimo», sicché non solo «fa minori gli altri più che non sono», ma si sopravvaluta.
Troppo «inglese» per curarsi della lingua materna, parla, direbbe Dante, il volgare peggiore: «Quello che suona sulla lingua meretrice di questi adulteri». Il verbo salire, ultima evoluzione dell’arcaico «saglire», indica propriamente un movimento graduale e progressivo verso l’alto.
C`è chi sale per l’erta echi lo fa nel senso affine e prosaico di montare: su un treno, su un albero, su una nave, su un muricciolo… Immagini di un atto reversibile, legato strettamente all’idea di scendere. Chi sale a cavallo di norma ne scende e talvolta rovina in caduta. Non diversamente accade per un albero o un muro. C’è, quindi, un punto fermo e – a rigor di logica – un moto alternato che si fa saliscendi e, se esasperato, ha i ritmi della comica finale. Un palombaro sale, ma certamente
è sceso; se poi scende e non sale, sarà per disgrazia, sicché la comica finale s’è fatta
tragedia.
Salire non ha valenza qualitativa, se non quella dell’uso figurato e assai poco repubblicano del salire in trono o sulla cattedra di Pietro. È vero, c’è un’idea di eminenza e qualità morale e intellettuale in quel «salire in cattedra», che è, tuttavia, molto spesso sottilmente ironico e poco solenne, perché vuol dire «strafare» o «montarsi la testa».
Al cielo salgono i santi; al cielo, vuole un’iperbole, salgono le urla e c’è chi crede che l’anima salga in paradiso o scenda all’inferno. Chi non crede d’avere un’anima muore per suo conto senza salire o scendere, ma nessuno troverà che in quest’immobile stato dell’uomo ci sia da cercare una qualità o una vergogna. C’è infine un saliscendi quantitativo: sale a volte la febbre, nel senso che aumenta
e ci si sente male, scende, ovvero diminuisce, e si dovrebbe star meglio. Sale la popolazione, sale il bilancio delle vittime, salgono le tasse per la povera gente e qui non conta niente se alla politica è giunto qualcuno salendo o scendendo: l’equità sta ormai ai governi, come la giustizia sociale alla legalità.
In politica non si sale e non si scende. In politica si entra o meglio ancora, ci si «dà»: le si regala se stessi. Per farlo, in una repubblica parlamentare, ci si presenta alle elezioni e si domanda umilmente un voto su un programma vincolante.
(Da Il Manifesto, 2/1/2013).
"Silenzia" Fassina, sfotte Brunetta
La neo-lingua cattiva del premier
Ma certe battute ricordano più D’Alema che il Cavaliere
la storia
di JACOPO IACOBONI
Uno dei nuovi luoghi comuni è che Monti – per come sta comunicando
nelle ultime ore vada paragonato a Berlusconi. In realtà l’attivismo del Professore è un cattivismo, non un linguaggio per Barbare D’Urso tipo quello berlusconiano; quanto- a ironia fredda e scorrettezza politica, mima assai più il D’Alema dei tempi andati che il Cavaliere.
Ecco, in che modo comunicano le parole del Professore di questi giorni? Ieri colpivano almeno due sue frasi, più precisamente due parole. A Unomattina il presidente del consiglio per criticare le tesi economiche del Pdl ha detto che «l’onorevole Brunetta sta portando, con l’autorevolezza del professore
e di una certa statura accademica, quel partito su posizioni estreme e settarie». Per criticare il Pd ha sostenuto invece che «Bersani dovrebbe essere coraggioso e silenziare un po’ la parte conservatrice del partito», insomma, le posizioni tipo quella di Stefano Fassina.
Le frasi sono state pronunciate assai staccate, dunque – come spiegava Roman Jakobson – erano calcolate; ma non del tutto in controllo. Accennando alla «statura» di Brunetta, Monti ripete uno dei cliché più discutibili della stagione passata, dare addosso a Brunetta perché è basso. Naturalmente il
premier ha aggiustato il tiro con l’aggettivo «intellettuale», ma l’effetto non è stato molto diverso dall’«energumeno tascabile» che D’Alema nel 2008 diede all’allora ministro della pubblica amministrazione.
Brunetta, curiosamente, a D’Alema rispose diretto, «volgarità razziste, la mancanza di potere gli ha fatto perdere la testa». A Monti ha invece risposto obliquamente e, corto circuito terminale, aggrappandosi all’altra frase, l’invito a «silenziare» Fassina e compagni. «Silenziare un esponente di rilievo del Pd? Monti è impazzito?». Insomma, la totale eterogenesi dei fini comunicativi.
Ora, è vero che Monti da un po’ impazza, prima dell’entrata in vigore della par condicio. L’11 dicembre è andato a Unomattina, poi dopo la conferenza stampa di fine anno s`è recato da Lucia Annunziata, ieri l’altro era a Radio anch’io, ieri di nuovo a Unomattina, oggi sarà a Otto e mezzo. Quello che però colpisce di più non è la quantità di questa presenza, è la qualità. Il fatto che
Monti ha totalmente abbandonato quella che la studiosa Giovanna Cosenza ha definito «comunicazione elitaria», per tentare una trasformazione in animale da campagna elettorale, un animale che – come un altro Professore – «gronda bonomia da tutti gli artigli».
Tra l’altro, secondo il dizionario Treccani «silenziare» si usa «quasi esclusivamente nel linguaggio militare, nel senso di rendere inefficiente una posizione nemica», mentre è «raro con riferimento a persone o gruppi di persone: l’opposizione, le voci di protesta». Lo usò però – bisogna dirlo – Mussolini a proposito di Matteotti. Mentre in una ricerca condotta nell’archivio della Stampa, il verbo «silenziare» non è mai stato usato da un politico in Italia negli ultimi 23 anni; in pratica, non ce n’è
traccia nella seconda Repubblica.
«Quando parla Monti avverto lo Spirito Santo che gli trasmette la Bce», osservò Carlo Freccero mesi fa. Ma oggi quando parla Monti s’avverte lo spirito del templare, uno che colpisce di spada non di aspersorio.
(Da La Stampa, 4/1/2013).
«Ebetino», «fallito», «salma»: tutto il Grillo insulto per insulto
Nessuno tocchi Beppe Grillo. Al comico e capofila del Movimento 5 Stelle le critiche non fanno poi così tanto piacere. Profeta e teorizzatore del «Vaffa day», l’altro giorno si è scagliato contro giornali e politici: «C`è una campagna d’odio contro di me, istigano per eliminarmi». Da che pulpito. Proprio lui – che ha coniato slogan, insulti e soprannomi per chicchessia – ora si sente accerchiato. Eccolo qui, allora il dizionario delle offese di Grillo. Che ieri ha dato sfoggio della sua «arte oratoria» infierendo contro il sindaco di Firenze: «Hanno bussato alla porta e non c’era nessuno. Era Matteo Renzi»
GIANNI ALEMANNO
«Ale danno»
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SILVIO BERLUSCONI
«Psiconano»; «Non esiste più»; «È un uomo di 74 anni senza prostata»;
«È sotto azoto liquido da 10 anni»;
«Testa asfaltata»; «Big Jim»
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PIER LUIGI BERSANI
«Gargamella»; «Zombie»; «Non è un fascista. È solo un fallito. Gli imputo invece di aver agito in accordo con ex fascisti e piduisti per un ventennio, spartendo insieme a loro anche le ossa della Nazione»; «È un quasi morto»
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ROSI BINDY
«Problemi di convivenza con il vero amore non ne ha probabilmente mai avuti»
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PAOLA BINETTI
«Gridava "devianza, devianza", mentre indossava un cilicio osè
sulla coscia e si flagellava con un frustino di corda»
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RENATO BRUNETTA
«Brunettolo»
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CARLO DE BENEDETTI
«Tessera numero uno del Partito Democratico»
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LUIGI DE MAGISTRIS
«Di errori ne ho commessi molti e purtroppo ne commetterò altri, uno dei più imbarazzanti è stato Luigi de Magistris»; «Comprereste un voto usato da quest’uomo?»
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PIERO FASSINO
«A furia di frequentare salme si diventa salma. Tanto più che lui ha già quella faccia lì»
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GIULIANO FERRARA
«Container di m… liquida»
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ROBERTO FORMIGON I
«Forminchioni»
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ELSA FORNERO
«Principessa sul pisello»; «Frignero»; «Chiamate la neurodeliri, c’è una che si crede un ministro»; «Vispa Teresa»
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MAURIZIO GASPARRI
«Fattucchiera»
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MARIASTELLA GELMIN I
«Enterogelmini»
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GIORNALISTI TV
«Le sagome che si agitano dietro lo schermo con l’estrema vitalità che talvolta precede le ultime ore di vita rammentano il dodo, l’uccello estinto, o gli ultimi giapponesi che combattevano a guerra finita in qualche atollo del Pacifico dopo il 1945»
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MAURIZIO LUPI
«La figlia di Fantozzi»
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VLADIMIR LUXURIA
«Ma che fine faremo, ora che anche Rifondazione candida un travestito?»
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SERGIO MARCHIONNE
«È un cittadino svizzero, gira con il maglioncino misto cachemire e fa la politica della disintegrazione dell’industria italiana»; «Marpionne»
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ROBERTO MARONI
«È un barbaro sognante. Infatti sogna sempre di prenderci per il culo»
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RITA LEVI MONTALCINI
«Vecchia putt…»
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MARIO MONTI
«Rigor Montis»; «Banchiere del c… qualsiasi»; «Mendicante»
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GIORGIO NAPOLITANO
«Salma»; «Sta stravincendo la gara per il peggior presidente della Repubblica»; «Orfeo»
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ANTONIO PADELLARO e FURIO COLOMBO
«Giornalisti schierati, residuati dell’ Unità che ha sempre vissuto di contributi pubblici»
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PARLAMENTARI
«Larve ben pagate»
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CORRADO PASSERA
«Ovetto Kinder senza sorpresa»
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GIULIANO PISAPIA
«La nuova maschera lombarda a far la figura di m…: il facondo Pisapippa, una via di mezzo tra Balanzone e Arlecchino»; «Il vorrei ma non posso di piazza della Scala»; «Il dimissionario dall’Expo, ma anche no»
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ROMANO PRODI
«Alzheimer»
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MATTEO RENZI
«Ebetino di Firenze»; «Il pollo che si crede un’aquila»; «Hanno bussato alla porta e non c’era nessuno.
Era Matteo Renzi»
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ROBERTO SAVIANO
«Fa godere Berlusconi come un riccio»
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SENATORI A VITA
«Decisivi e non muoiono mai»
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TAV
«Montagna di m…»
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WALTER VELTRONI
«Topo Gigio»; «Va in Africa e scopre i malati di Aids. Torna qui e dice: la soluzione è mettere a tutti il preservativo. E lo dice lui, uno che il preservativo ce l’ha in testa da dieci anni»
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NICHI VENDOLA
«Supercazzolaro»; «At salut, buson» (in dialetto bolognese); «Buco senza ciambella»
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UMBERTO VERONESI
«Assassino», «Cancronesi»
(Da Il Giornale, 4/9/2012).
DAL VAFFA DI PIAZZA AGLI ZOMBIE SUL BLOG L’ESCALATION DI INSULTI NEGLI "EDITTI" DI BEPPE
di GOFFREDO DE MARCHIS
E così adesso larve ben pagate, zombie, cadaveri, salme, ebetini, principesse sul pisello, merde, sono seminatori di odio, istigatori all’eliminazione fisica di chi li insulta tutti i giorni, Beppe Grillo. Il programma dei 5 stelle, che ha anche progetti condivisibili (limite di tre mandati per i parlamentari, no a deputati condannati, sviluppo della rete), dall’inizio ha avuto una connotazione furiosa. Cominciò tutto l’8 settembre del 2007 a Bologna in una piazza gremita e spontanea come non se ne vedono da tempo in Italia. Lo slogan era "Vaffanculo", l’evento fu ribattezzato il Vaffa-day. Quasi tutti, di destra e sinistra, furono mandati a quel paese. Grillo citava un personaggio, lo demoliva con l’arte del comico e poi chiamava il coro citando per l’ultima volta il nome del malcapitato: vai a fare in c… A Paolo Gentiloni, allora ministro delle Comunicazioni, andò peggio che ad altri. Per lui Grillo portò le mani all’inguine e mimò il gesto della masturbazione. Risero in tanti. Quella manifestazione fu un mix di spettacolo, happening e appuntamento politico. Ma da allora il Movimento 5 stelle ne ha fatta di strada. Ha conquistato consiglieri regionali e comunali, ha portato un sindaco alla guida di Parma, i sondaggi lo danno al 15 per cento in vista del 2013. Ogni post di Grillo infatti si conclude con la coltellata che più fa male alla politica: «Ci vediamo in Parlamento, sarà un piacere». Il comico lo scrive anche in coda alla denuncia di ieri: «Vogliono farmi fuori, mi insultato, mi infangano». Chi? La stampa e quelli che lui non chiama più per nome ma con epiteti "coloriti". Nel frattempo il Grillo che vuole andare a Montecitorio non è più uno show man, è un leader politico. Il linguaggio però non cambia. I suoi seguaci sanno ormai che "Rigor Montis" è il presidente del Consiglio, ed Elsa "Frignero" il ministro del Lavoro. Ma il vocabolario grillino preferisce le metafore dell’al di là. Pier Luigi Bersani è uno "zombie" oppure un "cadavere". Anche Giorgio Napolitano viene descritto come passato a miglior vita: "la salma". Nel campo delle malattie c’è Romano Prodi, detto «alzheimer". Accanto a lui Silvio Berlusconi è lo "psico-nano", tra i primissimi soprannomi inventati da Grillo. Alla vena necrofila e ospedaliera, Bersani si è ribellato nella sfuriata sul «fascista del web». Ma il repertorio di Grillo ha una sua vastità. Che non risparmia nessuno, neanche i premi Nobel. Di Rita Levi Montalcini, il leader 5 stelle pensa sia «una vecchia puttana». E di Monti che è anche un "mendicante". La grilleide è ricchissima, alimentata dal suo blog che ha un seguito fra i più grandi in Italia, rilanciata dalla Rete sui social network, Twitter e Facebook. Nel sito del comico il linguaggio è lo stesso dei suoi comizi, ma l’eco, grazie alla potenza del web, assume caratteri giganteschi. Il centrosinistra resta il bersaglio preferito della lingua lunga di Grillo. Bersani a volte diventa Gargamella, il cattivo dei puffi, Veltroni "Topo Gigio" per rimanere nel recinto dei cartoni. E Grillo non fa il tifo nella sfida del Partito democratico perché Matteo Renzi viene rappresentato come "Febetino" di Firenze e accusato di trascurare la città per occuparsi delle sue ambizioni. Dopo il Pd viene, nella classifica degli insulti, il governo tecnico. All’occorrenza la Fornero può trasformarsi in "vispa teresa" o "principessa sul pisello" e Corrado Passera, il ministro dello Sviluppo economico, è un " ovetto Kinder senza sorpresa". A destra invece, dopo Berlusconi, viene Giuliano Ferrara, "contenitore di m… liquida". Il direttore del Foglio e consigliere del Cavaliere si ribella su Twitter: «Ora il patacca fa la vittima dopo aver insultato e istigato come un carciofino sott’odio. Saluti da un contenitore di in… liquida». Le classifiche le fa anche Grillo. «Napolitano sta stravincendo», annuncia commentando la gara per «il peggior presidente della Repubblica». Se la prende pure con le Olimpiadi definite "bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali" e lì Josefa Idem reagisce: «È un patacca». Le "larve ben pagate" sono i parlamentari, le Camere sono "Fort Knox", con un richiamo chiaro agli stipendi e alle spese complessive della politica. Senza insulti ma con una vena polemica piuttosto forte, sono gli attacchi a Roberto Benigni, alla "triplice sindacale", all’Italia dei valori. Un’escalation costruita nei cinque anni che separano l’allarme sulla propria vita dal Vaffa-Day di Bologna. Quel giorno l’insulto apparve come lo sfogo di un comico e la gente rideva alle battute dell’attore ascoltando con attenzione le lezioni dei professori convocati in piazza. Poi, i discorsi di morte hanno occupato uno spazio crescente nel blog e sono diventati serissimi. Fino al post di ieri.
(Da La Repubblica, 3/9/2012).
L’INVOLUZIONE DEL LINGUAGGIO POLITICO
UN TEATRO POPOLARE (PERICOLOSO)
di Paolo Di Stefano
Fa un certo effetto constatare come la politica italiana, che un tempo usava la retorica delle sottigliezze tortuose e bizantine per non dire nulla, sia ridotta da qualche settimana a una specie di bolgia infernale dell’improperio. Non passa giorno che non s’oda a destra un insulto contro l’avversario, e che a sinistra non risponda un’ingiuria in attesa di un epiteto ancora peggiore. I soli argomenti sono gli urli e gli anatemi sguaiati: «Fascista!», «Teppista!», «Fallito!», «Piduista!», «Patacca!» fino ai più coloriti («Contenitore di m. liquida!» gridato da qualcuno a qualcun altro). Vi ricordate la mirabolante scena delle ingiurie nella Gatta Cenerentola? Era un «minuetto» sboccato e irresistibile di fantasiose volgarità in napoletano. Un fuoco d’artificio tra lavandaie, militari spagnoli, ragazze di strada che si risolveva in un crescendo di invenzioni dialettali: chiarchiolla, guitta, spitalera, sorchiamucco, jetta-cantaro, pisciapettola, muzzecutola, merdosa e bavosa! Divertente? Divertente. Ma i politici dovrebbero sapere che il loro mestiere non è il teatro popolare e che anche quando (nei casi migliori) la passione tende istintivamente a tracimare, bisogna saperla tenere a freno. Altrimenti facciano un altro lavoro, perché lo stile e il linguaggio (lo stile del linguaggio) e la capacità di argomentare con pensieri lucidi veicolati da frasi sintatticamente evolute sono parte essenziale del loro dovere pubblico. A chi gli chiedeva una reazione al monologo antipresidenziale pronunciato da Clint Eastwood, proprio ieri Obama rispondeva: «C’è una cosa nell’essere presidente: se ci si offende facilmente, è meglio scegliere un’altra professione». Un bell’esempio di responsabile equilibrio e di civiltà che i nostri politici farebbero bene a ripetersi ogni giorno tra sé e sé prima di reagire all’insulto dell’avversario. Ed è infantile (o peggio) lamentare, come fa Grillo, che dall’escalation verbale di infamie si possa passare alle vie di fatto se a questa spirale penosa si è contribuito generosamente fino a un minuto prima con urli sguaiati.
(Dal Corriere della Sera, 3/9/2012).
LA STORIA
Da ‘agendare’ a ‘zuppa di latte’ il nuovo alfabeto di Lavitola
di FRANCESCO MERLO
DA "Agendare" a "Zuppa di latte" ecco il lavitolese, lessico di un’Italia gradassa e truffaldina che non aveva rappresentanza prima di Berlusconi ma stava ai margini, tenuta a bada sia dalla buona educazione sia dalla forza pubblica. Adesso è l’Italia al potere, l’Italia dello strapotere.
AGENDARE "Ti prego, agèndami". Essere ricevuto, essere infilato nell’agenda è la sua ossessione. Appuntata nell’agenda è infatti la faccenda, agendiere e faccendiere sono parenti stretti e l’indaffarato è sempre agendato: i latini ago e facio più che sinonimi sono gemelli.
AMO’ Una locuzione che dalla Roma di Vigna Clara e dai Parioli è trasmigrata sino alle ultime fermate della metropolitana. Sta per "amore", gioia, piccolina, bella…: copre il genere femminile. Con "vero tesoro" invece ringrazia anche Paniz per avere segretamente scritto la traccia del lodo Alfano. Il retrogusto protezionista-paternalista di amò è da presa per i fondelli e l’abbondanza di sentimenti nasconde sempre la truffa: Tarantini diventa anche "fratellino" e "piccolino mio" mentre Lavitola trattiene i suoi soldi e si intrattiene con sua moglie.
Andare a Torta Spartirsi un finanziamento pubblico.
ARMI "Sto andando a fare le foto per il porto d’armi. Sono emozionato".
BACIONE Ci risiamo con il bacio, che in Italia è il rituale del comparaggio.
C’è stato il vasa vasa pubblico di Cuffaro e il bacio segreto di Andreotti a Riina. L’accrescitivo "un bacione" sarà per sempre quello di Lavitola a Berlusconi.
BECCACCE "Qui non vola una penna". Va a cacciarle in Albania "con l’aereo privato", nel Montenegro …, "ma è più bello sui Nebrodi". Gli piace sparare anche ai camosci ma preferisce le beccacce che "volano sui boschi di tamerici", quelle della Pioggia nel pineto, perché sono anche metafore, sono i citrulli che infila nel carniere.
BERTONE "Ieri sera mi ha chiamato Bertone". La stranezza non è la mitomania di Lavitola ma il fatto che più grosse le spara e più gli credono. E più si meraviglia di essere creduto più si eccita: il nome Bertone è adrenalina. Sa che il Vaticano non è Palazzo Grazioli: lì anche gli imbroglioni sono ben più elevati di grado, al livello dello Spirito Santo.
BRASILE È il suo altrove: affari, fatture, intrallazzi, donne e fuso orario. E va bene anche il Paraguay, l’Argentina, il Panama, l’Uruguay (vedi). Sono i luoghi della satrapia sudata. È quel "Sudamerica" che già Paolo Conte aveva segnalato come nuovo sottofondo dell’anima gaglioffa dell’italiano piccolo piccolo: "Il giorno tropicale era un sudario / davanti ai grattacieli era un sipario / campa decentemente e intanto spera / di essere prossimamente milionario".
CACCIA GROSSA Resterà nella piccola storia dello slang dei malintenzionati questo manifesto da filosofo teoretico della ribalderia recitato al generale della Finanza Poletti: "Io faccio caccia grossa e quando sparo a un animale pericoloso, pure se è caduto a terra, gli sparo un’altra volta. Poi gli metto la canna del fucile vicino all’occhio per vedere se si muove. E poi gli risparo un’altra volta pure se è morto".
CARTELLINA Una per ogni pasticcio, quasi sempre azzurra. Può trattarsi di "una baracca", di "una piscina", ma anche: Albania, Bertolaso, Finmeccanica, Frattini, Guardia di Finanza, Rai, Tarantini, affari, ricevute, promemoria del faccendario, "non mi ricordo cosa c’è", "mò mi ricordo che ce l’ho sicuramente in ufficio", "una copia a me e una copia a te". La cartellina è anche il deposito della minaccia. Nel casellario dei vizi umani di cui Lavitola è un esperto la cartellina è il sapere. E, dunque, il potere.
CAZZO È la parola chiave del lavitolese, quella che surroga tutti i significati. Ecco come riferisce ai Tarantini un colloquio con Lui: "E Lui mi fa ‘ma che cazzo dobbiamo fare’, io ho detto che ne so, ‘ma non ho capito perché cazzo gli stiamo facendo tutto’, presidè non gli stiamo facendo un cazzo, e lui dice ‘come un cazzo’, … guarda io mi sono rotto i coglioni". Come si vede, non c’è alcun senso. Ma c’è la parola cazzo che copre la mancanza di senso.
CULOSO Fortunato. In stato di grazia. "Perché sono culoso?" gli chiede l’interlocutore. "Perché hai me"
DUE "Porco due". E aggiunge: "Non mi fare bestemmiare". Anche nella bestemmia è furbo. Lo nomina invano fingendo di non nominarlo.
EMIRATI ARABI Parlano due collaboratori di Lavitola: "Una procura la signora (omissis) la ottenne negli Emirati Arabi. Si interessò Valter tramite Frattini, fece tutto quel casino, che prima il console aveva detto no e poi gliel’ha firmata il giorno dopo". C’è sempre un Frattini, sia per le resistenze nei paesi lontani sia negli incontri con il vicepremier albanese: "mi manda Frattini" , "mi manda Lavitola".
FARE IL PUNTO Significa "parlarne di persona", meglio "in quel bar, vicino alla stazione, in via Marsala", che è la strada della fretta, della folla e dei tassisti abusivi. James Bond o James Tont?
FERRARI A Tarantini racconta che Berlusconi si è lamentato: "Tarantini consuma come una Ferrari". Tarantini piagnucola, ma Lavitola è spietato: "E cosa gli devo dire, che consumi come una ‘500’?".
FOTO Sono le stecche, le mazzette, il bottino, il danaro contante che gli dà Berlusconi. "Sono pronte le foto?" chiede a Marinella.
GIUDICI Bisignani, collega e rivale, è "fetente, stronzo, pezzo di merda, una mezza figura, una testa di legno, uno che ha parlato con i giudici, e questa – dice a Tarantini – è la stronzata che hai fatto anche tu. Quando uno va dai giudici e parla, poi se la piglia solo nel culo". È il linguaggio della mafia, manca solo "cornuto, infame e sbirro".
INCULATA La pratica più evocata. Può essere "di pezza", "storica", "di brutto", "di merda", "biblica". La teme per sé e la dispone per gli altri.
IO NON CONTO UN CAZZO È il suo vezzo e il suo blasone, lo dice a Masi, a Colucci, a Marinella e a Berlusconi. È un trucco retorico: "Donatino, non mi dire che ti sei ricordato di gente insignificante come me". La risposta è: "Valterino, non fare lo stronzo". E ancora: "Ah Valter, non ti dare arie". L’espediente teatrale si chiama fishing for compliments e significa andare a pesca di complimenti, perfetto per chi vende fish, per un pescivendolo.
LAGONEGRO È il luogo dello scambio misterioso alle 7.20 del mattino. Potrebbe trattarsi di fucili, cani da caccia, foto in contanti, triglie dell’Aspromonte, copie dell’Avanti!
LUI Con Tarantini diventa "Quello là". E ancora: "Lo teniamo sulla corda", "lo mettiamo con le spalle al muro". È pronome il capo dei capi, il duce, il boss, l’origine e lo scopo. È pronome chi non bisogna nominare, per rispetto e per omertà. "Non riesco a parlare con Lui, quant’è incasinato, "sto parlando con Lui a ripetizione", "sono appena uscito da Lui", "dobbiamo fare riflettere Lui", "finalmente oggi Lui mi ha detto: dobbiamo vede’, dobbiamo fa’", "non sta lucido, Lui", "Lui mi ha detto, testuali parole, che ‘vuole assaltare il palazzo di Giustizia’", "ti voglio dire delle cose di Lui, e magari Lui me le dice pensando che io poi te le dico", "in questo periodo Lui non ci sta con la testa", "sta appannatissimo, Lui, e ci vuole uno che lo fa ragionare", "Lui è completamente fuori dalla brocca", "sono stato mezzora al telefono con Lui, un po’ dice sì e un po’ dice no, Lui è fuori di sé".
MALEDIZIONE DEL FARAONE È il mal di gola di (omissis), un dipendente che "ogni due e tre è malato": "sto provvedendo a licenziarlo", "’sto deficiente di merda", "’sto imbecille", "ogni mese si ammala, ogni giorno ha una stronzata", "ha mandato un sms la mattina di giovedì: ‘non ce la faccio ad alzarmi’" "è come la maledizione del faraone" . Forte con i deboli, lavitoloso con i forti.
MASERATI Ne ha due, ne vuole una terza. È il sogno più significativo e imbarazzante di Lavitola perché, diciamo la verità, bisogna essere ricchi ma anche burini per andare in giro per Roma su una Maserati. Nobilissima auto sportiva di gran lusso è degradata qui ad orpello del faccendiere di provincia. Un po’ come la Bianchina divenne l’auto di Fantozzi, la quattro porte executive è l’auto di Lavitola ma con lo sconto perché "sono un consigliere di Berlusconi". A Mauro Masi invece l’ha regalata Montezemolo per ricompensarlo di un favore: Masi-rati. È comprensibile che alla Maserati siano molto arrabbiati. Negli Usa la famosa Abercrombie&Fitch ha diffidato l’attore Mike Sorrentino dall’indossare i capi della ditta. Sorrentino è protagonista di ‘Jersey Shorè nel ruolo del tamarro (o coatto o buzzurro o zarro) italo americano. Alla fine Sorrentino è stato addirittura pagato per stare lontano da quel marchio. La Maserati è pronta a pagare Lavitola e Masi? E anche Montezemolo?
MERDA "Più merda c’è meglio è". Rende Lavitolapiù vivo e più forte. La trasforma infatti in plusvalenze finanziarie e in rapporti industriali con le aziende Finmeccanica, Agusta, Selex, Telespazio, la Rai…
MINISTRO È la parola – grimaldello della vanità altrui: chiama ministro chi non lo è, ma sogna di diventarlo. Nicola Cosentino, per esempio. E a Masi: "Ci lavoriamo, lascia quel merdaio dove ti sei ficcato e vai a fare il ministro". È come il titolo di colonnello nei film di Totò: "Ma io non sono colonnello!", "La faranno, oh se la faranno!". Chiede Masi: "Tu dici che me lo fa fare? "Qualunque cazzo gli chiedi Lui te lo fa fare".
MONGOLFIERA "Io gli ho detto – spiega a Tarantini – che a te ti do 8.000 euro al mese, mentre invece te ne do 14, più tutti gli extra … fitto già pagato, più l’avvocato, più quello, più le emergenze che tieni. ‘Tu sei impazzitò mi ha detto Lui". E anche i 500mila euro "perché credi che te li ha dati? Perché io gli ho fatto due palle come una mongolfiera".
OLIO DI FEROBBA "È un olio brasiliano che lucida la faccia tosta". "Ho capito, buono per incularmi". "Eh no, per quello ci vuole il trapano".
OGNI SCARPA DIVENTA SCARPONE Lo dice di Bonaiuti che si dà arie da statista. È la versione sarcasticamente lavitoliana del dantesco "Poca favilla gran fiamma seconda".
POMPA "Io sinceramente non credo che ci sia una donna al mondo che se lei le telefona e le dice "vieni qua a farmi una pompa", quella non viene correndo". Così solletica il punto debole di Berlusconi. E lo spolpa.
POSITANO-ISCHIA Sono i luoghi-vetrina. "Col prefetto di Salerno hai rapporti?". E il senatore Esposito: "Certo". "Dunque io ho un vicino…". C’è sempre un abuso da sanare o una casa da comprare. Sono i templi di visibilità del napoletano arrivato. Ma non c’è Capri, che forse gli mette soggezione.
PATONZA "Io non c’entro nulla con le feste, non sono mai stato invitato". Marca la differenza, Lavitola. Non è uomo da patonza. Non va a mignotte ma seduce la donna del mignottaro che ha sotto tutela.
POVERINO Lo ripete parlando di sé, è un intercalare. La filosofia è quella del "Vuoi stare bene? Lamentati".
RUOLO "Il mio è un ruolo, tra virgolette, di assistenza".
SCEMO "Io non sono scemo" ha ripetuto Lavitola in tv. E "Berlusconi è tutto tranne che scemo". Di Tarantini invece: "È un poco fesso". Passare per scemo è il suo terrore. Per grazia fisiognomica Lavitola ha le sopracciglia unite e la faccia dell’intelligenza istintiva alla Bertoldo, della furbizia primitiva, bandiera degli spavaldi ribaldi e ricchi del berlusconismo, quelli che gli scemi siamo noi. Lo scemo è Cipputi e non Sacconi, lo scemo è il professore Biagi e non Scajola, lo scemo è il contribuente e non l’evasore, lo scemo è il drogato e non lo spacciatore, lo scemo è il pesce e non il pescivendolo. Ecco il mondosottosopra.
SOTTOSEGRETARIO "Lo so, lo so, avrà messo uno… uno a come si chiama, alla Santanché; e uno a Storace; e un altro, chi lo sa?, speriamo che volesse fà a me, boh".
SUPPOSTA L’oggetto lo intriga forse perché è il feticcio di chi sa introdursi, e lui è bene introdotto. La propone a Maria, a Daniela, alle segretarie …: "Mò vengo, ti do una bella suppostina e ti guarisci"
STAMPA "È il vero problema di questo cacchio di paese".
TRANQUILLO È il telefono che non può essere intercettato. "Hai visto che avevo ragione?" gli dice con amarezza Berlusconi rinfacciandogli le intercettazioni. " Il mio maresciallo mi ascolta" dice e ricorre alle schede esotiche e tranquille, quelledei malavitosi: "Le passo il presidente Berlusconi", "no, no, un momento, lo richiamo io tra due minuti".
URUGUAY "Stanno in un conto chiuso in Uruguay" i 500mila euro che Berlusconi gli ha dato per Tarantini. Gli dice di tenerli lì "per il tuo futuro, per l’emergenza" (vedi anche Brasile).
VALTERINO Nella memoria degli italiani ci sono Walter Chiari e Walter Veltroni, entrambi con la W, che è una doppia V. Lavitola è il Valter con una sola V. È il surrogato italianizzato, come Ilary lo è di Hilary, come il faccendiere lo è del lobbista e del brasseur d’affaires. Ha nel nome l’incompiutezza metafisica: Machiavelli, editore, pescivendolo, ministro, "gli chiedo le deleghe di Gianni Letta". È l’ambizione di chi ha una sola "V" e per tutta la vita insegue l’altra.
ZUPPA DI LATTE. Il contrario del celodurismo: "Se solo me lo chiedi vuol dire che mi consideri una zuppa di latte come a te".
(Da Repubblica.it, 27/10/2011).
IDEE & OPINIONI
Il Gusto fuori Luogo delle Parolacce così la Politica perde Dignità
di Maria Laura Rodotà
Il partito che si vorrebbe chiamare Forza Gnocca. La patonza che deve girare. La deputata che protesta e le urlano «vai a farti scopare». Viene da rispondere «il partito fatelo pure, le donne girano se e quando credono loro, e quanto al sesso, cari signori (si fa per dire), non con voi». Viene da posare il giornale, cambiare sito, obiettare che siamo in guai seri e certe battute vanno ignorate. Ma non si può più. Siamo in piena deriva linguistico-culturale, una deriva che ci fa rischiare altre derive, più durature di questo governo. Come: a) La sindrome di Tourette collettiva. Le esternazioni del premier e di vari leghisti, accompagnate da dosi massicce di tv trash , stanno portando molti italiani – finora consumatori di parolacce in modica quantità – alla ripetizione continua e ossessiva di termini anatomici. Sono usati con compiacimento o indignazione; sempre parolacce sono. Non si era mai visto un pezzo di classe dirigente adottare un linguaggio così volgare, a parole e a gesti. Un linguaggio che, combinato col bombardamento di foto osé di signorine coinvolte e di barocche cronache del bunga bunga, ha fatto piombare la conversazione pubblica italiana in un incubo che neanche Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini in una loro tarda joint venture avrebbero potuto immaginare, e poi: b) I danni da uso discriminante della cassetta degli attrezzi. Cioè del linguaggio, così definito da Ludwig Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche . Gli attrezzi sono le parole, con funzioni che variano. Quando una parola è utilizzata fuori dal suo contesto solito, il «gioco linguistico» cambia. Per dire: il contesto di «patonza» o «gnocca» è un bar vecchio stile, o un gruppo di maschi che discute dei video su YouPorn. Ma se «gnocca» e «patonza» vengono usati regolarmente dal presidente del Consiglio al posto del termine «donna», il gioco si fa brutto. Un intero genere è definito solo in base a una caratteristica fisica; per nominare l’altro genere però non si dice «un pisello», o altro. Così, le donne a quel gioco perdono. Anche se sono gnocche; e perderebbero pure in caso di: c) Una prossima contro-deriva bacchettona. In molti, stremati dai battutoni, ogni tanto sogniamo un premier suora (una vera, non Nicole Minetti travestita). Ma non siamo né suore né preti né santi, in maggioranza. Solo, vorremmo un linguaggio pubblico più dignitoso (anche tanti maschi maschilisti e parolacciari non ne possono più, oramai).
(Dal Corriere della Sera, 8/10/2011).
Bonsai
Sebastiano Messina
IL NOME
Ma insomma, l’ha detto o non l’ha detto? È stato o o non è stato Berlusconi a lanciare "Forza Gnocca" come nuovo nome del partito, addirittura a Montecitorio? Dopo che persino i suoi più fedeli scudieri – dall’azzimato Frattini al devotissimo Lupi – si erano sentiti in dovere di prendere le distanze da quella brillantissima proposta, che ha subito fatto il giro del mondo, una decina di deputati ha emesso un comunicato ufficiale per garantire che è stato un altro, non Lui, a fare quel nome. Gli crediamo.
Uno come Berlusconi non può aver detto una cosa del genere. Lui ha altro in mente per il prossimo partito che si appresta a battezzare sull’ennesimo predellino.
Magari lo chiamerà Cdp (Casa della Patonza), o Pbb (Popolo del Bunga Bunga), o magari Pdp (Partito della Passera). Ma Forza Gnocca no, non è nel suo stile.
(Da La Repubblica, 8/10/2011).
IL VOCABOLARIO DELLA PATONZA
di FRANCESCO MERLO
IN QUESTA fogna di parole «le bimbe» non sono più i pargoli di Gesù ma le ninfette. E Berlusconi non dice mai «donna», preferisce « patonza» che è il volgare banale e, vedrete, diventerà linguaggio d’epoca«la patonza deve girare», una frase abbagliante come un fulmine che illumina benissimo l’estetica e l’etica del berlusconismo e perciò gli sopravviverà.
Un po’ come "la Corazzata Potemkin è una boiata pazzesca", "Milano da bere" e "mani pulite".
BERLUSCONI infatti è il più trito turpiloquente di questa Italia con la patta sbottonata, non è D’Annunzio né Bukowski che cercava "la macchina da fottere". E non c’è mai nel suo lessico da pelo che so?, una gazzella, un airone, un’aquila, solo «gnocca», «due bambine piccole», «fica», e ovviamente «troia» che però è la femmina merce che gli resiste, non importa se perché non le piace o perché vuole «prima vedere cammello».
Insomma, ci sono tutti i consunti riflessi condizionati del pensionato dalla vita, quello che insegue
le donne ma non si ricorda perché.
E a forza di bugie diventa sincero. «Erano in undici e me ne sono fatte solo otto» è, per esempio,
la diminutio che certifica l’esagerazione, l’iperbole da barzelletta che svela il contrario di quel che
declama. Entrambi, Berlusconi e Tarantini, sanno – ma non se ne curano – che quella menzogna
rende trasparente l’impotenza, il bisogno di mangiare con avidità senza mai potersi saziare. «Avevo
la fila fuori dalla porta» dice, come i seduttori flosci di Brancati che facevano ‘catenaccio’ nei
bordelli e poi praticavano il gigantismo del sesso parlato. Berlusconi chiede «un caravan» di puttane, millanta prestazioni a mitraglia dicendo «non potevo fare di più, a certe cose non si può arrivare». Sembra davvero il romanzo postumo di Brancati sul sesso rianimato: «Stamattina mi sento bene, sono contento della mia resistenza».
Di sicuro è un tossicodipendente dinanzi al quale persino Tarantini, il pusher, sembra un
ingenuo calvinista. Quella libidine sfrenata è troppo anche per lui. Tarantini gli parla per esempio
di Francesca e Manuela «che è decisa, posso confermarglielo» ma, senza rendersene conto, lo
mette in allarme dicendogli «per martedì ho preso un mezzo appuntamento».
Mezzo? Partono, sotto traccia, rimandi e metafore al fare le cose a metà e al mezzo uomo che raggiungono i nervi snervati di Berlusconi: «Vabbé, ma cosa facciamo una cena a quattro?». E qui Tarantini, che continua a non capire l’irritazione, smette per un attimo di truffarlo e lo affronta: «Sì,
io preferirei di sì…, in pochi è meno imbarazzante». Leggetela bene l’immediata reazione
di Berlusconi e immaginate il tono: «E poi? Il dopo come viene?» sbotta umiliandolo e richiamandolo alla durezza del suo mestiere di mezzana. «E poi…» il povero Tarantini cambia discorso.
Ecco, sono tanti i piccoli equivoci tra di loro: «E’ molto carina» dice Tarantini della merce. «Molto?»
chiede Berlusconi che vuole più dettagli, vuole dar corpo a quel ‘molto’. Ma Tarantini crede
che Berlusconi non ha sentito e ripete. «… carina». Il punto è che le sole divagazioni che gli sono
consentite sono le adulazioni: «Ma lei che ci fa alle donne, dottore?».
Questo è il copione che si sono dati. Certo, è pietoso il finto torneo di lussuria con Berlusconi
nel ruolo dell’adone desiderato, del beato tra le donne: «C’è stata una cosa di brasiliane, russe, italiane. Ho qui i numeri di otto nuove».
Entrambi recitano e Tarantini, come Lavitola, non è pagato solo per trovare la merce – «tu, quelle due mi devi portare!» ma anche per confortare la vanità: «Senti che voce? Stanotte ho fatto le sei e mezza in un locale. Donne a go-go…. Non ti dico poi cosa succede a Napoli. Quando vado lì ormai sono santo veramente».
E bisogna dire che in questa commedia consapevole Berlusconi è disperatamente solo. Esibisce
una lascivia arcaica fatta apposta per essere truffata da Tarantini e da tutte le ragazze della
sua scuderia che tra loro gli danno del «vecchio rincoglionito». E si preoccupano solo del compenso:
«Chi mi da i soldi, tu o lui?».
Chissà come devono sentirsi, leggendo queste trascrizioni, quelli che a Berlusconi hanno voluto
davvero bene, e chissà la vergogna di quel suo mondo fatto di mamma Rosa e di ben 4 zie suore.
Il laico musulmano Erdogan non lo ritiene all’altezza della moralità dell’Islam, e invece la Chiesa
romana, cattolica e politicante, non si imbarazza per quella frase sintesi «la patonza deve girare»
che segna il legame ambientale di Berlusconi con questo tempo storico, lo arreda, sostituisce l’osceno
al tragico della politica e della vita.
Tutta la patonza di cui si informa – «e l’altra, com’è l’altra?» è il tesoretto di questa comitiva di
governo, piccioli e spiccioli della cassa comune dei copulanti associati: «Poi ce le prestiamo». E
ognuno ha il suo ‘parco patonze’. «Posso portare anch’io le mie?» chiede Berlusconi al suo pappone
di professione: non può rischiare di mostrarsi sprovvisto di una materia anatomica di cui è conoscitore, amante e possessore e si riserva la botta da maestro: «Voglio che tu abbia le tue, se no mi sento in debito». E c’è tutto l’immaginario di un ‘papi’ , altra parola d’epoca, che è al tempo stesso Gozzano e Sade, la tenerezza e la pedofilia, nelle «ballerine» che pretende indossate «senza calze», nella richiesta di «gonne corte» e nel vestitino aderente e nero. «Mi metto un tubino nero corto e non troppo scollato?»
chiede la merce a Tarantini. La risposta è «mettitelo scollato» perché il ricottaro conosce l’urgenza
della bava e della sporcificazione «delle fanciulle offerte al drago» come anticipò all’Italia la dolente
signora Veronica.
E tocca il fondo del degrado lessicale quando dice «ieri sera mi sentivo carico perciò ho telefonato
…» e«mi sono scaricato». Qui la vanità passa dal pavone al caprone, il carnevale esagerato diventa
frasario da voltastomaco: da Brancati si scende ai sottoproletari di Verdone, ai graffiti sui muri
dei gabinetti delle stazioni: «Vieni senza mutande».
E c’è sempre, in ogni pensiero e in ogni momento, l’ossessione della vecchiaia. «Sono vecchietto»
dice di sé. E la merce che compie 29 anni «sta diventando vecchietta».
E sono «vecchietti» anche Carlo Rossella e Fabrizio Del Noce, che Berlusconi convoca ed
esibisce nel serraglio perché le ragazze si sentano «di fronte a due uomini che possono decidere del
loro destino». A Tarantini dice: «L’unico ragazzo sei tu, gli altri siamo vecchietti, ma con molto
potere» che è il surrogato della virilità e della giovinezza.
E la vecchiaia qui non è più l’età della saggezza, della cautela e del sorriso ma la sfida invasata all’anagrafe, più torello di quand’era ragazzo: «Ce ne sono quaranta», «non se ne vanno neanche con le cannonate», «sono stato eletto playboy dell’anno», è un millantare da ex goliarda logorato, un
armamentario da soldato di leva di sessant’anni fa, un impossibile ritorno da ricco ai suoi venti anni
scoperecci ma poveri, un eccesso così eccessivo che la verità, a furia di menzogne, viene di nuovo fuori in un dettaglio autentico: non se ne vanno perché «il prezzo è buono e il vitto pure».
Ma non si può ringiovanire a pagamento. Come gli studenti fuori corso che truccano il libretto
universitario e raccontano a casa finti esami e finte lauree, Berlusconi non è per nulla interessato
alla Merkel, al Papa, ad Obama, e al vero Sarkozy preferisce l’imitatore del Bagaglino: «Faccio il premier a tempo perso» è un’altra verità inconsapevole resa evidente dall’abuso di bugie, come «la patonza deve girare», come quel carico e scarico sull’indistinta carne che non è un prolungamento, un seguito, un ritorno alla polluzione adolescenziale ma è l’incontinenza della vecchiaia malvissuta, quel ritrovarsi i calzoni maculati di gocce e di chiazze, poche e sparse.
(Da La Repubblica, 18/9/2011).
Insulti Padani
Da "carugnit de l’uratori" a "stronzo": negli epiteti elargiti da Umberto Bossi a Pier Ferdinando Casini si può leggere la parabola leghista. Parabola non nel senso evangelico, ma nel senso di un percorso
disegnato nel tempo (e nello spazio: e tra un po’ arriveremo anche alle "scoregge nello spazio" ma adesso è prematuro), condizionato dalla forza di gravità della storia. Carugnit de l’uratori era una sintesi vicina alla perfezione: un giudizio politico attribuito a un politico di professione da parte di un barbaro alle porte di Roma.
Una sintesi di storia e di caratteri umani. E allo stesso tempo una tesi. Una tesi che rendeva comprensibile le insofferenze, le idiosincrasie e le distanze umane e politiche.
Una sintesi di quell’apparente baratro che sembrava separare Prima e Seconda Repubblica. Senza offesa per Casini è lecito credere che si trattasse di una affermazione non sgradita all’interessato. D’altronde quanti di noi hanno incontrato all’oratorio quegli apparenti baciapile che invece la sapevano molto più lunga di tutti, e che, conservando un ossequio formale irreprensibile, si dimostravano, appuntiti e creativi fino al cinismo. Carogne?
Non proprio. Piccole carogne. Carognette come tradurremmo il lombardissimo "carugnit".
In quell’espressione affibbiata a Casini c’era tutta l’intelligenza politica di Bossi, tutta la dirompenza verbale di una stagione politica che si abbeverava al politicamente scorretto per togliere sovrastrutture a una società impaludata. Non per insultare. Ma per tracciare utili confini identitari. Cosa potevano avere a che spartire in quel centrodestra nascente Casini e Bossi? Quel Bossi era ancora il paladino di un movimento laico fino all’anticlericalismo. Neopagano. Persino in cerca di nuovi riti parareligiosi. Rifondativi. Grezzi forse ma profondi e ambiziosi. Come la provincia italiana rispetto a "Roma ladrona". Casini e Bossi erano due facce di una irriducibile sintesi politica che solo l’alchemico Berlusconi del 2001 poteva trattenere in un solo agone. Questa distanza giustificò altri epiteti meno fulgidi, più banali, ma conseguenti. Per Bossi Casini è stato anche "inutile come Fini", oppure "nomen amen". Ma "stronzo" cosa vuol dire?
Stronzo è l’automobilista che ci sorpassa a destra così come quello che pur avendoci superato correttamente ha offeso il nostro orgoglio di guidatore irraggiungibile. Stronzo è il volgare amico che
si dimostra traditore così come- quello che ci dà un consiglio non gradito. Stronzo non vuol dire nulla. Vuol dire non aver nulla da dire. Tra "carugnit de l’uratori" e "stronzo" rivolto a Casini c’è la stessa distanza che si sente tra l’epiteto rivolto da Bossi a Gianfranco Miglio e quello di Calderoli
di sabato a Montezemolo. Si è passati da una "scoreggia nello spazio" (Bossi per Miglio, metà anni Novanta) a una "scoreggia di umanità" (Calderoli per Montezemolo, 2011). Nella volgarità regalata
a Miglio c’era tutto l’odio di un orgoglio ferito: il politico forte ma reso arrogante dalla consapevolezza di non poter raggiungere l’altezza intellettuale del professore che rischiava di fargli ombra. In quella offerta a Montezemolo c’è solo l’afasia di chi si rifugia nel già detto perché forse non ha più niente da dire.
(Da Il Foglio, 23/8/2011).
TORINO IL DECLINO DEL LINGUAGGIO NELLE ISTITUZIONI: BECCARIA, FERRONI E COLETTI A BIENNALE DEMOCRAZIA
La politica ha cancellato le parole
di Dino Messina
«Umberto Bossi aveva da poco finito di urlare il suo "foera dai ball" contro i poveri migranti clandestini, quando su un muro di Roma ho visto il manifesto con le facce di Bossi e La Russa e la scritta: "fuori dalle palle"». Giulio Ferroni, professore di letteratura italiana alla Sapienza di Roma, che con Raffaele Simone sarà uno dei protagonisti oggi pomeriggio al Teatro Gobetti di Torino della discussione sulla Neolingua e le parole della politica nell’era del grande fratello nell’ambito di Biennale Democrazia, cita subito questo esempio per rendere evidente l’involgarimento del linguaggio politico italiano. Lo fa non per spirito di equidistanza ma per la profonda convinzione che le colpe dell’imbarbarimento siano collettive. «La destra – sostiene Ferroni – ha assunto in maniera più disinvolta il nuovo lessico della politica in cui le parole non hanno più un senso preciso (basti pensare al recente uso, quasi comico, della parola "responsabili") e i toni sono troppo disinvolti o aggressivi, ma la sinistra ha avuto la sua parte nel degrado del discorso pubblico. Il male ha una origine comune: la pervasività della televisione, i cui contenuti sono molto scaduti». Il rapporto tra linguaggio e politica è uno dei temi centrali del nostro tempo. Non a caso Biennale Democrazia ha dedicato a questo tema due incontri. Il primo si è svolto ieri, sempre al Teatro Gobetti, con la partecipazione di due eminenti storici della lingua: Gian Luigi Beccaria, dell’Università di Torino, autore del recente Il mare in un imbuto – Dove va la lingua italiana (Einaudi), e Vittorio Coletti, dell’ateneo genovese, autore tra l’altro con Sabatini del ben noto dizionario edito da Rizzoli. La rivoluzione del linguaggio in politica, ha osservato con il consueto acume Beccaria, è arrivata con la cosiddetta Seconda Repubblica, e con la discesa in campo del Cavaliere. Ma per la verità i primi scricchiolii si cominciarono ad avvertire quando il «picconatore» Cossiga usò termini inusuali per un Presidente, come «pataccaro» e «zombie». Il fatto che la politica cominciasse a usare il lessico della gente comune (con Di Pietro che, magistrato ancora per poco, non voleva «essere tirato per la giacchetta») non era un male di per sé, secondo Beccaria. Ma quanto erano lontani i tempi della Prima Repubblica fatta di «caute sperimentazioni» se non di «convergenze parallele», il prudente ossimoro capolavoro di Aldo Moro. Era un mondo dove chi usava i termini «proletario» e «capitalista» era sicuramente di sinistra, chi parlava di valori o semplicemente di amor patrio era di destra o moderato. Oggi siamo a posizioni rovesciate: i difensori di certi valori si trovano più facilmente a sinistra. Ma la vera rivoluzione sta nell’uso di «un’oratoria in cui i politici si concentrano nel distruggere le argomentazioni dell’avversario invece che affinare le proprie». È il modello della rissa televisiva, sia del talk show sia dei più volgari reality come «Il grande fratello», che paradossalmente prende il nome del capolavoro di George Orwell. È un linguaggio politico in cui la volgarità («Gli elettori coglioni che votano a sinistra» secondo Berlusconi o i «vaffa» di La Russa al presidente della Camera, ma per par condicio, nota Ferroni, bisogna ricordare anche il movimento del «vaffa» di Beppe Grillo) si accompagna alla menzogna. Tanto, osserva Beccaria, «la bugia può essere smentita il giorno dopo. E il politicamente corretto è sostituito dalla scurrilità». È un linguaggio, continua Beccaria, in cui non solo si confonde liberalismo con liberismo ma certi doveri civici come pagare le tasse vengono stravolti: «Quante volte esponenti di destra hanno usato criticamente l’espressione "mettere le tasche nelle mani degli italiani" come se il fisco equivalesse a borseggio. Per contrasto Tommaso Padoa-Schioppa ebbe gioco facile a sostenere che "è bello pagare le tasse". E la stessa espressione "scudo fiscale" implica l’idea di uno Stato nemico». Non v’è dubbio, ha ammesso Coletti, che la rivoluzione linguistica abbia favorito di più la destra. Ma oggi, sostiene il professore genovese, non è possibile essere equidistanti nei giudizi (e in questo ha criticato alcuni editoriali del «Corriere»), perché la destra di Berlusconi ha maggiori responsabilità anche nello scadimento del discorso pubblico. I tre studiosi convergono su un punto: che per riportare il linguaggio e il confronto a livelli accettabili occorrano meno televisione scadente e una valorizzazione della scuola pubblica, che oggi invece viene «umiliata». «L’ultima umiliazione l’ ha fatta Mediaset proponendo un reality show con professori precari, che in poche puntate guadagnerebbero lo stipendio di dieci anni di lavoro normale, a sottolineare la mancanza di prestigio e la condizione di inferiorità economica in cui viene tenuta una fondamentale categoria sociale». Non bisogna tuttavia dimenticare, conclude Ferroni, che fu «la sinistra negli anni Ottanta a spingere l’acceleratore sul rovesciamento dei modelli tradizionali, sul pettegolezzo e sono stati i comici di sinistra nella Rai Tre di Angelo Guglielmi a trasformare la politica in spettacolo».
(Dal Corriere della Sera, 15/4/2011).