Lettere al Corriere

ATTITUDINI

Imparare le lingue

Caro Romano, ho letto con sorpresa e rammarico, la sua risposta in cui, confortato da discutibili argomentazioni di fonetica, asseriva che molti meridionali avrebbero minori attitudini linguistiche. La minore diffusione della conoscenza delle lingue straniere tra la popolazione meridionale non è certo ricercabile nella «minore attitudine linguistica» della stessa, essendo altre e ben più complesse le cause di tale deficit. Molto più appropriato sarebbe stato un richiamo alla situazione di depressione economica e alle carenze dell’intera amministrazione statale, ivi comprendendo, ovviamente, il ramo della pubblica istruzione. Per non parlare delle carenze infrastrutturali e del settore dell’aerotrasporto che certamente non incentivano gli scambi culturali. Credo infine che sia difficilmente dimostrabile una maggiore attitudine linguistica della popolazione bergamasca o toscana, per esempio, rispetto a quella meridionale, fondandola sulla maggiore compatibilità fonetica di quei dialetti con gli idiomi stranieri. Giuseppe Marino Pizzo Calabro.
(Dal Corriere della Sera, 18/9/2006).

120 commenti

  • L’uso della lingua

    È iniziato il Tour de France e, contrariamente a quanto visto durante il Giro d’Italia, i riscontri sulla situazione della tappa e le distanze tra i vari gruppi, vengono titolati rigorosamente in francese, per far capire al pubblico, a scanso di equivoci, dove avviene la manifestazione. Graziano Nadali, Tolmezzo (Ud)
    (Dal Corriere della Sera, 30/6/2013).

  • La parola giusta

    Caro Romano, non si capisce per quale malefico ragionamento giornali e televisioni varie continuino a chiamare un clandestino, immigrato irregolare. Immigrato è quella persona che si reca in un altro Paese previa autorizzazione per lavorare. Se non si hanno i requisiti sono clandestini. Ci sono delle precise leggi per le quali un comunitario può risiedere in un altro Paese per tre mesi e dopo deve potere dimostrare di avere un reddito continuativo. Capisco che nell’Italia violare norme e leggi è lo sport nazionale ma, si presuppone che almeno la magistratura applichi le leggi, e non è questo il caso. Sono tutti tesi a incriminare Berlusconi, mentre le carceri e le strade sono piene di extracomunitari che hanno o commettono reati non considerando un clandestino un violatore della legge e rilasciandoli con un buffetto sulle guance. Espellendoli forzatamente si avrebbero due benefici: si vuotano le carceri e diminuiscono i reati risparmiando notevoli somme di denaro di cui gli italiani hanno un notevole bisogno. La lingua italiana è ben precisa e non si capisce quali bizantinismi vengano messi in atto per non chiamare le cose con il loro nome. Clandestini e non immigrato irregolare.
    Carlo Ferrazza , cferrazza@hotmail.com

    Fra gli immigrati possono esservi criminali, ma non mi sembra giusto che l’ingresso nel territorio nazionale di chi cerca lavoro o fugge da un Paese in guerra possa essere considerato un crimine. Quale sarebbe stato il suo atteggiamento dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando molti italiani attraversavano le Alpi per entrare clandestinamente in Francia? Esiste un buon film di Pietro Germi realizzato nel 1950 (Il cammino della speranza) che le consiglio di vedere.
    (Dal Corriere della Sera, 16/6/2013).

  • ARTICOLI DI GENERE
    Abitudini linguistiche

    Perché si insiste nel definire con un «la» (la Carfagna, la Boccassini ecc.), quando si tratta di una donna, mentre si parla dell’onorevole tale, del pm tal altro, in caso di uomini? Checché se ne dica, lo considero un malcostume e un retaggio del passato sessista.Isabella Coccolini, Napoli

    Fino a qualche anno fa nelle scuole italiane si diceva il Manzoni, il Leopardi, il Tasso, l’Ariosto e l’Alighieri. E a nessuno passava per la mente che quell’uso fosse discriminatorio o spregiativo. Oggi l’uso dell’articolo, effettivamente, è meno diffuso e gradito. Ma esiste un problema dovuto alle nostre abitudini linguistiche. Mentre nella vita quotidiana e nelle consuetudini giornalistiche dei Paesi di lingua inglese, della Francia e della Germania il sesso è quasi sempre indicato da un appellativo di genere (Mr. e Ms., Monsieur et Madame, Herr e Frau), in Italia Signore e Signora sono usati molto più raramente. Può accadere così che un giornalista, per ricordare al lettore che sta parlando di una donna, ricorra occasionalmente all’articolo femminile. Ma non intende mancarle di rispetto.
    (Dal Corriere della Sera, 3/6/2013).

  • INGLESE BANDITO / 2
    Livello troppo basso

    Quest’anno, all’inizio del mio corso di Farmacologia e Farmacoterapia (materia scientifica, che ben si presta a una trattazione in lingua inglese) ho chiesto ai miei 120 studenti, iscritti al III anno del corso di laurea in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche: «Vorrei tenere le mie lezioni in lingua inglese; chi di voi sarebbe in grado di seguirmi?». Si sono alzate tre (dico 3!) mani. Qualcuno ha detto «dovrebbe parlare molto piano (intendeva lentamente)». Il problema quindi non è l’istituzione di interi corsi di laurea in lingua inglese (obbligatori!) e tanto meno di libertà di insegnamento. Il problema è quello di mettere lo studente che si iscrive all’università nelle condizioni di poter veramente recepire insegnamenti in grado di potergli consentire di competere sul mercato internazionale del lavoro. Guido Franceschini
    (Dal Corriere della Sera, 28/5/2013).

  • INGLESE BANDITO / 1
    Lavoro in casa propria

    Il Politecnico di Milano è stato «fermato» dal Tar nel suo tentativo di voler condurre tutto l’insegnamento in lingua inglese. È vero, ci dobbiamo aprire al mondo ed essere competitivi in campo internazionale, però prima non sarebbe il caso di imparare a lavorare in casa propria? Ad esempio l’Enac – Ente Nazionale Aviazione Civile – non riconosce crediti per i programmi di formazione in campo aeronautico del Politecnico di Milano che, invece, prevede per altri istituti universitari nazionali. Gino Codella
    (Dal Corriere della Sera, 28/5/2013).

  • Lessico del premier

    Caro Romano, quando parla del governo, il presidente del Consiglio Enrico Letta, ama ripetere «il mio governo», «i miei ministri», «i miei collaboratori». È un lessico, questo, che— secondo me — ha un vago e sgradevole sapore «proprietario». Preferirei che il premier dicesse «il governo da me presieduto», o «i membri del governo», oppure «i miei colleghi». Quest’ultima locuzione, oltretutto, sarebbe, sotto il profilo lessicale e giuridico, la più appropriata, perche il governo è, appunto, un organo collegiale.
    Domenico Zuppa, San Marco dei Cavoti (Bn)

    Il governo è un organo collegiale e il presidente del Consiglio italiano, purtroppo, è soltanto un «primo tra i pari ». Me se le cose andranno male, la colpa, agli occhi del Paese, sarà di Enrico Letta. Il governo, quindi, è inevitabilmente «suo».
    (Dal Corriere della Sera, 22/5/2013).

  • Didascalie in inglese

    Ho notato che al Giro d’Italia, trasmesso da Raitre, tutte le didascalie non sono anche in inglese (il che sarebbe una buona cosa), ma solo in inglese, il che mi sembra un po’ strano visto che si tratta di televisione italiana. Chi come me non sa l’inglese non potrebbe rifiutarsi di pagare il canone?
    Silvano Maino , silvano.maino@fastwebnet.it
    (Dal Corriere della Sera, 20/5/2013).

  • Il premier le conosce

    Mi ha fatto molto piacere vedere la padronanza linguistica con la quale si è espresso, in inglese e francese, il presidente Letta durante il suo primo viaggio in Europa. Mi sembra un caso più unico che raro nel nostro attuale panorama politico e un ottimo esempio per la generazione che si sta formando.
    Ermanno Padovan , erpader@gmail.com
    (Dal Corriere della Sera, 5/5/2013).

  • Termini sconosciuti?

    Perché, per il taglio di qualsiasi tassa, si continua a sostenere che manca la copertura, quando si perpetuano sperperi colossali nel sistema sanitario e nella gestione degli enti locali, veri stipendifici per gli amici degli amici, dove la «spending review» è una parola sconosciuta? Giorgio Volonteri
    (Dal Corriere della Sera, 1/5/2013).

  • Linguaggi incendiari

    In merito al grave fatto di sangue davanti al palazzo del Quirinale, credo che quando esiste una situazione di oggettiva crisi economica, finanziaria, sociale e istituzionale, lanciare invettive violente e usare un linguaggio incendiario possano influenzare le personalità più fragili istigandole a gesti inconsulti. Questo può succedere quando delle persone irresponsabili giocano a fare la rivoluzione. Col risultato che a venir feriti sono due poveri cristi che fanno la guardia. Massimo Coppa Zenari
    (Dal Corriere della Sera, 29/4/2013).

  • Significato di pogrom

    Caro Romano, in un articolo sugli scontri in Myanmar è stato usato il termine «pogrom». Che significa questa parola che fa riemergere i fantasmi di un passato di intolleranza dove le minoranze «non assimilate» venivano identificate come lo sfogo per tutte le frustrazioni della maggioranza?
    Mario Alberti, Parma

    In russo la parola significa massacro, saccheggio e fu usata generalmente per descrivere quelle improvvise rivolte contadine che furono caratteristiche della storia russa. Verso la fine dell’Ottocento la parola descrisse principalmente quelle «cacce all’ebreo», organizzate dalla polizia zarista nei territori occidentali dell’Impero, quando si voleva dare un nemico in pasto alla rabbia e alla protesta delle popolazioni rurali.
    (Dal Corriere della Sera, 29/4/2013).

  • L’INFLAZIONE DEI DOTTORI NEL PAESE CHE AMA I TITOLI

    Può spiegare come viene usato il titolo di «dottore» negli altri Paesi? Non credo, forse erroneamente, che l’ambiguità tutta italiana del «dottor Rossi» (stiamo parlando di un medico o di un laureato in altra disciplina?) sia possibile altrove. Oltre al fatto, paradossale, che sono sempre più frequenti i casi di persone il cui lavoro non ha nulla a che fare con il titolo accademico conseguito. Mantenendo correttamente questo titolo a un ambito esclusivamente medico, non sarebbe più giusto indicare, per esempio, «Mario Bianchi», responsabile tecnico di produzione, laureato in filosofia, piuttosto che un semplice e del tutto ambiguo «dottor»? Franco Milletti , milletti@email.it

    Caro Milletti, In Gran Bretagna «dottore » è l’appellativo utilizzato per due categorie professionali: il medico e il ministro della Chiesa anglicana che ha completato gli studi con una dottorato in teologia ed è quindi un «divinity doctor». Negli Stati Uniti designa il medico, ma anche il «philosophy doctor», vale a dire la persona che ha proseguito gli studi dopo la laurea sino a quello che noi chiamiamo il dottorato di ricerca. In Germania e nei Paesi scandinavi il titolo è generalmente riservato ai docenti universitari che hanno una laurea di terzo livello. Non vi è Paese in cui il borghese non desideri decorare il proprio nome con un titolo. Tutti gli alti gradi della burocrazia statale in Gran Bretagna aspettano impazientemente il giorno in cui saranno promossi «cavalieri» da Sua Maestà e potranno premettere al loro primo nome l’appellativo «sir». I membri delle grandi istituzioni nazionali francesi (l’Académie, l’Institut, il Collège de France) firmano i loro libri e i loro articoli fregiandosi della loro dignità accademica. Non è sorprendente quindi che anche gli italiani amino fregiarsi di un titolo. Fra l’Italia e la maggior parte degli altri esistono tuttavia almeno due differenze. In primo luogo il titolo, altrove, segue il nome anziché precederlo ed è generalmente utilizzato soltanto nell’intestazione delle lettere e nei biglietti da visita dove i titoli professionali e le onorificenze sono spesso indicati nei Paesi di lingua inglese con alcune abbreviazioni: MD (medical doctor), DD (divinity doctor), PhD (philosophy doctor), KCBE (knight commander of the British Empire, cavaliere commendatore dell’Ordine dell’Impero britannico), MP (member of parliament, deputato), FRCS (Fellow of the Royal College of Surgeons, compagno del Collegio reale dei chirurghi). In Italia, invece, il titolo, anche nella conversazione, precede il nome. Per indirizzarsi a una persona senza offenderla la parola «signore», evidentemente, non basta. Per molto tempo l’Italia fu piena di cavalieri e commendatori. Poi quegli appellativi passarono di moda e furono sostituiti da altri fra cui «dottore» è quello maggiormente utilizzato. Speravo che la riforma universitaria degli anni Ottanta, quando le lauree divennero tre (breve, lunga e dottorato di ricerca), avrebbe finalmente allineato l’Italia sugli usi degli altri Paesi europei. Mi accorsi che avevo sbagliato quando lessi che una sentenza della giustizia amministrativa aveva riconosciuto il titolo di dottore persino ai diplomati delle lauree brevi. Anche i giudici amministrativi, evidentemente, hanno famiglia. In secondo luogo, il tasso d’inflazione dei titoli in Italia è incomparabilmente superiore a quello degli altri Paesi. Il primo ad accorgersene fu Carlo V, re di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero. «Tutti dottori» è la traduzione moderna del «todos caballeros» con cui accontentò l’intera borghesia.
    (Dal Corriere della Sera, 28/4/2013).

  • Abbassare i toni

    Lo speaker di un Tg ha usato, intervistando Galan, la parola «battaglia» per indicare la scelta dei ministri da parte dei partiti che sosterranno il governo. Credo sia giunto il momento di «abbassare i toni», per citare Napolitano-Crozza, da parte di tutti: gli italiani hanno bisogno di fiducia e di speranza. E queste si alimentano anche con parole e comportamenti più pacati, meno strillati. Già definire la scelta dei ministri quale «intesa» anziché battaglia, sarebbe un segnale di distensione. Un appello, quindi, a tutti: il tempo delle urla sia lasciato alle spalle. Francesco Gatti Badoer
    (Dal Corriere della Sera, 26/4/2013).

  • Anglicismo inutile

    Dall’inglese la parola «welfare» viene letteralmente tradotta in benessere. Mi chiedo dunque a chi possa essere venuto in mente di appellare ministero del Welfare quello che concretamente è il ministero del Lavoro… Roberto Galieti Genzano di Roma
    (Dal Corriere della Sera, 14/4/2013).

  • Uso di «new town»

    Caro Romano, ho seguito sul TG3 una interessantissima inchiesta sul fallimento della ricostruzione post-terremoto de L’Aquila. Tutto era abbastanza chiaro, ma non ho capito di cosa si trattasse quando si parlava di niutaun. Quando la lingua di un Paese non trova il proprio termine per definire un concetto o un problema, è difficile provvedere alla soluzione.
    Stefano Bianchi, Milano

    Questo anglicismo (new town) è particolarmente assurdo e inutile in un Paese che ha, sin dagli anni Trenta, una importante tradizione architettonica nella costruzione di nuove città.
    (Dal Corriere della Sera, 12/4/2013).

  • Uso e abuso

    Caro Romano, potrebbe cortesemente spiegarmi da quando, a partire dall’Unità d’Italia, i nostri parlamentari si fregiano dell’appellativo di «Onorevoli» e cioè «degni di onore» che, secondo il dizionario etimologico della lingua italiana che ho davanti, significa «integrità di costume, costante rispetto e pratica dei principi morali propri di una comunità su cui si fonda la pubblica stima»? Tenuto conto del linguaggio volgare e guerrafondaio (in senso politico) di cui essi spesso fanno disinvoltamente uso e del comportamento tutt’altro che morale (anzi a volte criminale, fatte ovviamente le debite eccezioni), che tengono tanto da far cadere così in basso la loro stima presso la comunità nazionale, non sarebbe venuto il momento di abolire tale non meritato appellativo sostituendolo semplicemente per quello che sono: deputati o senatori (questi già presenti nell’antica Roma)? Forse anche a loro non dispiacerebbe liberarsi da un appellativo così impegnativo. Gradirei, inoltre, cortesemente sapere in quali altri Stati democratici vige tale appellativo?
    Luisa Colombo, Milano

    «Right Honorable» è una espressione corrente in molte democrazie anglosassoni. Ma è usata soltanto all’interno dei parlamenti e in occasioni formali, quasi mai nelle relazioni personali e nella vita quotidiana. Non sono sicuro tuttavia che l’abuso della parola «onorevole» sia soltanto colpa dei nostri deputati e senatori. Molti italiani amano fregiarsi di titoli, gradi, onorificenze; e molti altri italiani sono lieti di compiacerli e lusingarli.
    (Dal Corriere della Sera, 8/4/2013).

  • Italiano perfetto

    A proposito del caso Ruby, sul quale non esprimiamo giudizi, vorremmo solo far notare una cosa: l’ottimo italiano usato dalla ragazza; perfetto, un lungo discorso senza una sbavatura, sintassi, grammatica, congiuntivi, tutto a posto perfettamente. Perfino l’uso di una parola inconsueta come «subliminale»: chissà quante persone cosiddette colte non ne conoscono neppure il significato.
    Germana Oppici Alfredo Finotti , alfredo.finotti@alice.it
    (Dal Corriere della Sera, 6/4/2013).

  • Donne
    Pari opportunità e leggi ignorate

    L’articolo tre della Costituzione italiana uno dei dodici principi fondamentali, recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». La legge 215 entrata in vigore il 26 dicembre 2012 modifica art. 6 del T.U. relativo all’ordinamento degli Enti Locali nei confronti delle pari opportunità. Cosa cambia? Il verbo «promuovere» viene sostituito da «garantire». Si debbono cioè garantire e favorire le presenze femminili nelle amministrazioni. Perché? Scagli la prima pietra chi davanti a tale scelta, a parità di merito, di curriculum ed esperienza abbia preferito una donna a un uomo. Sassolini, neppure degni di sbucciare le dita dei piedi se collocati in una scarpa. Per questo la nostra Carta Costituzionale testimone di democrazia, ha svolto il suo compito: laddove l’uomo non rimuove gli ostacoli ci pensa la legge. Bene, ma la legge pur essendo tale non vale per tutti. Ad esempio a Brescia il 18 febbraio 2013 durante il consiglio comunale, approfittando della assenza del Pd e con solo due donne che stoicamente cercavano di difendere questo diritto, si è votato contro. Contro cosa? Contro una legge dello Stato, contro la Costituzione? Pare. Enrica Recalcati
    (Dal Corriere della Sera, 24/2/2013).

  • Stranieri in patria

    In un negozio di Palazzo Serbelloni, lato San Damiano, campeggia la scritta «For Rent». Una scritta che fa il paio con un’altra che fino ad un po’ di tempo fa spiccava in Piazza Lega Lombarda: «For Sale». Mi chiedo perché si debba accettare che le scritte «si affitta» o «si vende» siano tradotte in inglese. Siamo in Italia, la lingua ufficiale è l’italiano. Marco Lucchini Gabriolo
    (Dal Corriere della Sera, 19/2/2013).

  • BENEDETTO XVI
    Le sue parole

    Caro Romano, è corretto definire «dimissioni» la manifestazione di volontà di Benedetto XVI riguardante la rinuncia al pontificato? Questo termine dovrebbe presumere l’esistenza di un contratto e associarsi al disbrigo di incarichi correnti: funzioni, mansioni, compiti. Per prerogative di ordine morale, tanto più se di riconosciuta autorità assoluta nel loro genere, non sarebbe più confacente parlare di «abdicazione»? Bruno Faccini Milano

    Come ha osservato Luciano Canfora sul Corriere del 12 febbraio, nel testo latino l’espressione usata è «declaro me (?) renuntiare».
    (Dal Corriere della Sera, 14/2/2013).

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