Le prove Invalsi rimangono un buon test: il problema dei 'piani didattici personalizzati’

Lettera a Italians

Le prove Invalsi rimangono un buon test: il problema dei ‘piani didattici personalizzati’

Caro Beppe, le prove Invalsi sono test a risposta chiusa, solo alcune domande ammettono una risposta aperta, con griglie di correzione rigide. Negli anni mi è successo di vedere risultati non sempre coerenti con il percorso di studi degli studenti (capita in sede di esame, anche molti adulti avranno sperimentato esperienze simili), ma generalmente non differivano troppo da quelli ottenuti durante l’anno. Secondo me sono un giusto tentativo di valutazione il più possibile oggettiva. E qui sta il problema, come ricordava anche il prof. Deiara in “Scuola, prove Invalsi: soldi spesi male, vi spiego perché” ( https://bit.ly/2O2UvTA ), perché spesso, nel corso dell’anno scolastico, molti alunni, specialmente alle scuole medie ma anche sempre più alle scuole superiori, seguono dei ‘piani didattici personalizzati’ (pdp), con anche verifiche differenziate, per il “successo formativo” (così viene spesso definito nei documenti) degli alunni con difficoltà di diverso genere (si va dal ragazzo straniero arrivato da poco con oggettive difficoltà linguistiche a quello con situazioni familiari difficili, ai sempre più numerosi studenti con certificazioni di disturbi specifici di apprendimento). Faccio un esempio: in una mia classe c’erano 18 alunni, una metà seguiva un ‘pdp’, quindi un percorso diverso. A tutti gli studenti, sono state assegnate le stesse prove Invalsi. È quindi profondamente incoerente obbligare gli insegnanti a predisporre percorsi individualizzati e poi valutare tutti allo stesso modo con prove oggettive, anche perché è sempre più difficile fermare chi non raggiunge gli obiettivi. La soluzione spesso è proprio quella di abbassare le richieste, per far ottenere risultati sufficienti durante l’anno, per poi arrivare ai famosi test e dire che gli studenti non raggiungono gli obiettivi minimi. Spesso studenti in difficoltà sono comunque promossi pur con risultati bassi. È di certo un problema, perché le difficoltà rimangono. Non resta che cercare di fare al meglio il proprio lavoro, con grande difficoltà, per ottenere almeno il minimo.
Erica Pedrazzini , ericapedrazzini@libero.it

italians.corriere.it | 19.7.2019

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