La lingua più libera d’Europa‏

La Stampa (Blog)
Le molteplici possibilità espressive dell’italiano: delicate, vistose e violente
Gian Luigi Beccaria
Si possono isolare caratteri salienti dell’italiano, inteso come lingua? Benvenuto Terracini provò che svetta come lingua tra le più «libere» delle europee, se si pensa alle sue possibilità espressive, per un verso delicate, per altro verso vistose e violente, se la confronto per esempio col più discreto francese, così simile – diceva Verlaine – a dei begli occhi dietro a un velo. L’italiano è più aggressivo e variegato anche grazie al colorito mosaico dei suoi tratti regionali e dialettali, capaci di arricchire con native arguzie e sussulti espressionistici sia il parlato e sia lo scritto.

Non vorrei tralasciare la caratterizzazione più nota, il semplicissimo sistema vocalico, fondato su poche marcate differenze di timbri, ma con accanto per intanto una ricca gamma di opposizioni, permesse dalle sorde e dalle sonore, dalle lunghe e dalle brevi: il tutto concorre a una singolare chiarezza fonica, assicurata dal ritmo equilibrato dovuto all’alternanza di piane con tronche e sdrucciole, e con appoggi sulle toniche che non vanno mai (come succede in francese per esempio o in inglese) a discapito delle sillabe atone: ne deriva la relativa autonomia della parola singola che spicca piena entro la legatura sintattica. Non per nulla la nostra è stata la più limpida e musicale lingua del canto.

Alla serie di bellezze e di possibilità aggiungo infine la capacità dell’italiano di essere fonicamente e semanticamente preciso e meticoloso, concretissimo, realistico, e insieme ricco di aloni e di armoniche per la quantità di voci che rimandano indietro, a origini antiche, greco-latine: le bellezze dell’origine. Non mancano certo all’italiano le preziosità, la capacità di agghindarsi di ogni arte retorica: è lingua diplomatica, sottile, che non ha pari nel suggestionare e procurare incanti. Una lingua, scriveva Giovanni Giudici, «bella, ambigua, misteriosa lingua, ineguagliabile nella sua capacità di non dire dicendo e di affermare negando (…)». Siamo stati maestri in Europa della vivacità garbata ed elegante (altri tempi!), della «grazia» e della «sprezzatura» (la «sprezzata disinvoltura», l’opposto della «disgrazia dell’affettazione», come scriveva Castiglione).

Il carattere della lingua italiana è stato comunque plasmato dagli scrittori, i quali hanno percorso per intero ora tastiere plurilingui e ora, all’opposto, si sono raggelati in sublimi astrattezze. Dante le ha dato sin dalle origini tutte le bassezze e tutte le altezze, Petrarca la bellezza generale, platonica, fissata, anzi bloccata per sempre dalla perfezione formale. Oggi quei caratteri di base stanno virando: assistiamo a evidenti mutazioni, i caratteri si sono fatti non dico sfuggenti, ma certo più sfrangiati e indefiniti.

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 14 maggio)

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