La Lingua Italiana origini e sviluppo‏

di Fiorello F. Ardizzon
La lingua è l’insieme delle parole e dei suoni legati al modo di esprimersi di un popolo. L’italiano si è formato con elementi tratti prevalentemente dal latino volgare uniti ad altri più antichi anch’essi locali o a volte importati attraverso le invasioni barbariche o determinati da nuovi bisogni spirituali.
Nella metà dell’800 sono sorti i veri problemi per riconoscere ai vari termini una validità nel modo di esprimersi di tutti i membri delle varie zone della nostra penisola. Il Manzoni ha ritenuto di poter dare valida soluzione al problema dell’unificazione delle forme espressive adottando il toscano delle persone colte.
Infatti è stato necessario trovare una lingua che potesse essere valida e comprensibile nelle relazioni scientifiche, economiche e politiche prima di tutto per gli abitanti di uno stesso stato e poi possibilmente per le relazioni fra popoli diversi. Dal Medioevo al XVIII secolo ad esempio la lingua della scienza è stata il “latino” che molti avrebbero voluto addirittura far assurgere a linguaggio universale.
Ma l’impossibilità di trovare una lingua comune a tutti ha portato ad escogitare sistemi più o meno artificiali. Si sono così affermati modi di esprimersi che hanno avuto pratiche applicazioni più o meno durature nel tempo come il Volapük, rapidamente scomparso, l’Esperanto e l’Interlingua con base nel “latino sine flexione”.
Sicuramente al diffondersi dell’italiano hanno contribuito ampiamente le opere di scrittori egregi tra i quali principali sono stati il Manzoni ed il Leopardi che con forme diverse hanno liberato la nostra letteratura dalle vecchie incrostazioni retoriche ed hanno aperto la strada ad un superbo arricchimento della poesia italiana con le odi classiche e civili di Giosuè Carducci, con il naturalismo sensitivo di Giovanni Pascoli e con quello sensuale di Gabriele D’Annunzio per ricordare solo i primi fra quanti nel secolo scorso hanno poi potenziato la letteratura italiana con opere varie e pregevoli per stile e contenuto.
E’ interessante cercare di ricostruire quanto è avvenuto durante millenni nella nostra penisola con riferimento al modo di esprimersi dei nostri antenati ricordando sempre l’importanza, per l’affermarsi di una lingua comune, della miriade di popoli che si sono avvicendati nel nostro paese nei secoli più lontani.
Gli studiosi si sono arrovellati per trovare e documentare un convincente iter nell’evolversi del linguaggio. Ciascuno ha prediletto conclusioni personali e diverse anche se è certo che fin dal III millennio a.C. le ondate migratorie sono state molteplici portando nella nostra terra oltre che modi di parlare anche la lavorazione del rame con il quale sono state realizzate le sculture Mehir.
Nello stesso tempo però questi popoli hanno introdotto in Italia il loro modo di comunicare la cui importanza nel formarsi della nostra lingua oggi porta a diverse interpretazioni anche se si è partiti dal ritenere che ci sia stata un’unica famiglia linguistica allo stesso modo che per il linguaggio dei Celti, cosa che è stata sostenuta da Antoine Meillet (1866-1936) la cui teoria è stata prima criticata e poi abbandonata a seguito degli studi di Alois Walde (1869-1924) che ha invece affermato l’esistenza di rami indo-europei sostenuto in questa sua teoria da altri due studiosi, Vittore Pisani (1899-1990) e Giacomo Devoto (1897-1974).
Certo la ricerca della linguistica storica ha avuto ed ha difficoltà notevoli mancando notizie sicure sull’affermarsi attraverso millenni di modi di dire di difficile storia evolutiva e di ancor maggiore conseguenzialità etimologica. Secondo noi tutte le lingue parlate nell’antichità hanno in qualche modo contribuito al formarsi dell“Italiano”.
Infatti le lingue italiche vanno dalla osco-umbra alla volsca ed anche alla serie di dialetti come il piceno, il peligno ed il sabino, per nominarne solo alcuni, mentre le lingue latino-falische comprendono il latino, il venetico, il siculo prima di ogni altra. Tutti questi modi di esprimersi sono stati portati nella nostra penisola nel secondo millennio a.
C. da genti non certo nate in Italia, ma che vi si sono installate in periodi diversi, come nel 1100 a.C. con la cultura Villanoviana mentre nel 750 e nel 720 sempre a.C. si sono avuti i primi effettivi insediamenti in Roma sul Palatino e sul Quirinale. Ma per arrivare ad una prima, sicura affermazione della nostra lingua dobbiamo superare l’anno 1000 d.
C. ed arrivare al 1200 che è il periodo durante il quale il nostro paese, risorgendo dal torpore nel quale era caduto a causa delle invasioni barbariche, ha svolto principalmente un’attività pratica, priva cioè di opere poetiche anche se in questo periodo la lingua volgare ha cominciato a far capolino in iscrizioni murarie ed in atti notarili.
Per fortuna con Guido Guinizelli e con i poeti del “dolce stil novo” si è cominciato a delineare un moto compositivo che ha rinnovato la lirica d’amore e quella filosofica. Ormai la figura predominante nella nostra letteratura è quella di Dante che ha creato la visione allegorica più profonda e poetica di tutto il medioevo.
A lui hanno fatto seguito Petrarca e Boccaccio, l’uno poeta insigne, l’altro scrittore che osserva la vita nei suoi caratteri umani. Infatti l’umanesimo, che si inizia con questi due grandi scrittori, sottolinea il risorto interesse per la letteratura latina che è in fondo alla base di tutta la nostra cultura.
Si affermano anche Lorenzo il Magnifico, il Poliziano, il Pulci, il Boiardo ed il Sannazzaro. Ormai siamo nel pieno fiorire della lingua italiana quale appare nelle opere cinquecentesche di Machiavelli con il “Principe”, di Ariosto con il “Furioso” e del Tasso che alla fine del secolo con la “Gerusalemme Liberata” ha dato all’Italia quell’eroico poema da noi tanto atteso.
A questo ha fatto seguito purtroppo un periodo di profonda decadenza letteraria che si è prolungato nel 600 anche perché l’Italia in quel periodo ha perduto la sua indipendenza politica. Solo con il Metastasio nel 1700 e con l’Arcadia, famosa Accademia Romana, nonché con Vico, Goldoni, Alfieri e Muratori si ha una ripresa con la realizzazione di opere nella nostra lingua, opere che hanno avuto il pregio di riprendere e rinnovare quell’amore di patria che nel desiderio di una definitiva unificazione doveva portare alla indipendenza totale della nostra penisola.
Tutto questo è stato improntato, dopo la caduta di Napoleone e l’avvento del Romanticismo, a quanto affermato da Berchet e cioè ad una letteratura più largamente partecipe della vita nazionale. Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli e tanti altri hanno arricchito nel nostro paese la produzione letteraria, ciascuno con una sua impostazione compositiva, ma tutti con una grande ricchezza di opere che affermano la spirituale fecondità del nostro popolo.
Oggi, anche se a volte prevalgono i dialetti regionali, la nostra lingua si può dire sia ormai ben definita ed anche piacevolmente e uniformemente accettata non solo in tutta la penisola, ma anche nelle tante isole che ne fanno politicamente part

e.
(L’Opinione)

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