Kadmo a Draghi: «Non +Europa, ma Europa+»
Dichiarazione di Kadmo Giorgio Pagano
Nel suo discorso di Aquisgrana, Mario Draghi ha detto parole importanti. Ha riconosciuto che il mondo del dopoguerra non esiste più, che gli Stati Uniti non possono più essere dati per scontati come garanti dell’ordine internazionale, che l’Europa è esposta ai dazi americani, dipendente dal gas naturale liquefatto statunitense, arretrata nell’intelligenza artificiale, frammentata nel mercato interno, debole nella difesa, incapace di trasformare la propria scala continentale in potere politico.
È una diagnosi lucida, ma incompleta.
Draghi vede la dipendenza dell’Europa nel commercio, nell’energia, nella tecnologia, nella difesa e nei capitali. Ma non nomina la dipendenza che precede tutte le altre: la dipendenza linguistica, culturale e soprattutto cognitiva.
Il paradosso è reso ancora più evidente da un fatto simbolico: Draghi ha pronunciato ad Aquisgrana un discorso sull’autonomia europea in inglese. Un italiano, già Presidente della Banca centrale europea, premiato nella città di Carlo Magno, parla della necessità di rendere l’Europa meno dipendente dagli Stati Uniti nella lingua dell’ecosistema angloamericano.
Questo non è un dettaglio formale. È la fotografia della crisi europea.
L’Europa denuncia la propria dipendenza, ma continua a parlare nella lingua della dipendenza. Parla di autonomia strategica, ma pensa, studia, negozia, programma e immagina se stessa nella lingua di una potenza esterna. Dopo Brexit, questa contraddizione è diventata ancora più grave: l’inglese non può più essere trattato come la lingua naturale dell’Unione europea. Può, al massimo, sopravvivere come lingua tra le lingue; non può continuare a funzionare come lingua sopra le lingue.
L’Europa delle Regole vive oggi una grande irregolarità linguistica: proclama il multilinguismo, ma pratica il monolinguismo angloamericano. Il Regolamento n. 1 del 1958 nasce per garantire l’eguaglianza tra le lingue ufficiali e non per consentire a una prassi amministrativa di trasformare l’inglese in lingua unica di fatto dell’Unione. L’articolo 8, relativo agli Stati membri con più lingue ufficiali, conferma che il regime linguistico deve essere determinato secondo le regole generali della legislazione dello Stato interessato; Malta e Irlanda non possono dunque essere usate come cavallo di Troia per restaurare, dopo Brexit, la centralità politica della lingua dell’ex colonizzatore. La stessa tesi della geocultura europea muove da qui: un’Unione che parla di indipendenza strategica ma lascia i propri processi cognitivi, scientifici, amministrativi e digitali ordinati dall’inglese accetta una dipendenza strutturale.
Draghi chiede, in sostanza, “più Europa”. Ma il punto è quale Europa.
Non serve +Europa, cioè più Unione europea così com’è: più procedure, più spesa, più difesa, più mercato, più industria, più Commissione, ma sempre dentro la stessa grammatica atlantica che ha reso l’Europa dipendente.
Serve Europa+
+Europa è una risposta quantitativa.
Europa+ è un rovesciamento geoculturale.
+Europa significa rafforzare l’Unione europea dentro l’orizzonte atlantico.
Europa+ significa tornare a pensare l’Europa come continente, non come appendice orientale dell’America.
Questo è il punto che Draghi non affronta. L’Europa non è soltanto un mercato incompleto o una difesa incompleta. È una civiltà incompleta perché ha amputato la propria profondità orientale. La Russia non è un dettaglio esterno alla questione europea: è la grande rimozione dell’Europa contemporanea. Senza la Russia, l’Europa resta una penisola occidentale sotto tutela atlantica. Con la Russia, l’Europa torna a essere continente.
Questo non significa negare le guerre, le responsabilità, le fratture e le tragedie del presente. Significa rifiutare l’idea che la Russia debba essere espulsa per sempre dall’orizzonte geoculturale europeo. Una Europa che definisce il proprio Oriente come nemico permanente non costruisce autonomia strategica: interiorizza la geografia mentale della NATO.
Il “whatever it takes” di Draghi salvò l’euro. Ma oggi quel bazooka rischia di naufragare non solo per forze esterne, bensì per l’opera suicida dell’Unione europea contro la propria profondità continentale. L’UE avrebbe dovuto integrare progressivamente la Russia, come lasciava intravedere l’Accordo di partenariato e cooperazione del 1997, invece di consegnare la propria identità strategica alla logica di uno scontro permanente.
Europa+ significa una Federazione europea capace di pensarsi in relazione strutturale con la Federazione russa, nello spazio da Nuuk a Vladivostok, con il cuore nel Mediterraneo. Il segno “+” non indica una quantità amministrativa aggiunta all’Unione esistente, ma una ricomposizione continentale.
Da qui nasce anche la proposta positiva: LIA-IA.
Draghi parla giustamente di intelligenza artificiale, data center, energia, semiconduttori e produttività. Ma l’IA non è soltanto potenza di calcolo. È lingua, dato, semantica, classificazione del sapere, interoperabilità tra archivi, discipline, amministrazioni, sistemi giuridici, scientifici e tecnici.
Se l’Europa affronta l’IA solo come problema industriale ed energetico, lasciando che la propria infrastruttura cognitiva resti dominata dall’inglese, perderà la partita due volte: sul piano tecnologico e sul piano geoculturale.
Serve una Lingua Internazionale Ausiliaria per l’Intelligenza Artificiale europea: una LIA-IA.
Non una lingua unica contro le lingue europee.
Non una lingua sostitutiva delle lingue nazionali.
Non una nuova imposizione centralista.
Ma una lingua comunitaria e comunitarista, proprio nello stile della nascita comunitaria dell’Ue, regolare, non etnica, non imperiale, capace di trasformare il pluralismo linguistico europeo da frammentazione passiva a infrastruttura organizzata.
Umberto Eco, già nel 1993, aveva riportato l’Esperanto dentro la grande storia europea della ricerca della lingua perfetta, ricordandone la vitalità, la semplicità strutturale, la flessibilità espressiva e la celebre formula di Antoine Meillet: “l’Esperanto funziona”. La proposta oggi non è archeologica: è futuribile. Nel quadro dell’IA europea, una lingua ausiliaria può servire a costruire glossari tecnici comuni, dataset multilingui, ontologie europee, traduzione più precisa, interoperabilità digitale e sovranità cognitiva.
Dopo l’Euro, l’Europa deve pensare il Globo: non una moneta linguistica unica, ma una infrastruttura linguistica comune; non uno strumento di sostituzione, ma di protezione; non una logica uniformante, ma lo scudo geolinguistico del pluralismo europeo e mondiale. Un Globo linguistico non cancella le lingue dei popoli: impedisce che vengano subordinate alla lingua nazionale di una potenza dominante.
Questa è la vera risposta a Draghi.
Non basta dire più Europa.
Bisogna dire quale Europa.
Non +Europa: Europa+.
Non più dipendenza amministrata: ricomposizione continentale.
Non IA europea in inglese: LIA-IA per una sovranità cognitiva europea.
Non autonomia strategica dentro l’alfabeto dell’America: geocultura europea come premessa di una geopolitica europea.
+Europa è la risposta amministrativa alla crisi.
Europa+ è la risposta storica.
