Da http://www.galileonet.it/dossier/2010/nella-maglie-della-lingua
Nella maglie della lingua
Il sogno di una lingua perfetta lascia il campo alla necessità di una lingua
flessibile,capace di crescere e modificarsi seguendo l’evoluzione della
realtà che deve nominare
di Mirella Taranto (a cura ), intervista a Tullio De Mauro
Solo la lingua storico-naturale ci consente di avvicinarci in modo totalizzante
al dicibile. Ne è convinto il linguista Tullio De Mauro che parla a Galileo
della complessità e dell’utopia che si nasconde dietro l’aspirazione della
costruzione di un linguaggio universale. E’ la scienza stessa ad insegnarci che
è impossibile cristallizzare le cose nei concetti e questo, secondo De Mauro, è
ancora più impossibilefarlo attraverso la lingua, che è una rete di significati
che moltiplicale sua maglie all’infinito. E’ questa mutazione, questa apertura
della retel’unica strategia possibile per avvicinarsi alle cose, per poterle
esprimere.Cambiano le cose e anche le parole che, costantemente immobili nel
tempoe nello spazio, con la pretesa di rispecchiare un’idea astratta,
sarebberosoltanto vuote replicanti di se stesse.
Dietro il progetto di una lingua perfetta c’è in qualche modol’aspirazione a
voler riprodurre la realtà, nonostante per esempioin Cartesio non sembrino
esserci dubbi sul carattere convenzionale di qualsiasilinguaggio, naturale o
artificiale. In che senso una lingua convenzionalepuò avere una relazione
ontologica con le cose di cui parla?
Il pensiero scientifico moderno, da Galilei a contemporanei più acuti,ha
corretto profondamente l’immagine che noi ci facciamo qualche volta,anche ai
livelli culturali relativamente alti, di ciò che sia scientifico.Toraldo di
Francia una volta ha scritto, giustamente, che le scienze nondanno certezze, ma
insegnano a porsi domande circostanziate, alle qualiè possibile trovare una
risposta approssimata. In questa prospettiva,che mi sembra la più adeguata, le
scienze sono viste come una fontedi problemi, piuttosto che come ricettario di
ciò che è certo.Alla base dell’idea di lingue perfette tout court ci sono due
presupposti.ll primo è un’immagine della scienza come luogo di definizione,
unavolta per sempre, di presunti rapporti reali fra le cose di cui la
scienzastessa cerca i sistemi. Un’immagine perciò un po’ chiusa rispettoalle
modalità reali con cui procedono le scienze che insegnano, invece,a sconvolgere
le certezze, a scorgere nuova problematicità nellecose, in modo che questa
problematicità possa trovare un luogo diulteriori sistemazioni.
Il secondo presupposto, che era poi alla radice dei sogni di una linguaperfetta,
è l’esperienza di linguaggi che io provo a chiamare “post-verbali”.Rispetto ad
altri linguaggi gestuali, della corporeità, questi linguaggipresuppongono
l’acquisizione, il possesso e il controllo di una lingua storico-naturale.Si
tratta linguaggi convenzionalizzati all’interno di una o più
linguestorico-naturali, che funzionano molto bene nel loro ambito,
fortementespecifico.
A quali linguaggi allude, in particolare?
Per esempio, a quel potente linguaggio della nomenclatura numerica,
delleoperazioni elementari, che è ormai l’albero, la foresta dei
linguaggimatematici. Si può pensare, però, anche alla simbologia chimica.Noi
abbiamo dei linguaggi che nascono all’interno della lingua storico-naturale.Le
procedure attraverso le quali esse si costruiscono, per la prima volta,sono
state accuratamente descritte da Leibniz. Egli ha mostrato come, nell’ambitodi
queste lingue, scegliendo alcuni primitivi, si costruiscono assiomi
definitoridei termini e una rete di teoremi e di discorsi dicibili in un certo
campodi discorso. Si tratta di un’esperienza preziosa. La nomenclatura chimicae
il linguaggio chimico, per esempio, ci consentono la copertura, per quelche ne
sappiamo, di tutto l’universo e ciò mostra come sia grandela potenza
referenziale di questo linguaggio. Ma quello stesso linguaggioperò, ci dice
assai poco di tante altre relazioni e di tanti altrifatti importanti di questo
mondo, attraversati certamente anch’essi da fenomenichimici, ma che non sono
riducibili ad essi. Si tratta, perciò, diun’esperienza molto positiva, che ci
consente di potere operare con simbolinumerici come su insiemi reali di cose, a
condizione che questi insiemisiano riducibili a quantità numerabili. Questo
straordinario potere,però, è pagato con la più drastica mutazione dei pianidi
contenuto di questi linguaggi. Quest’ultimo aspetto è stato spessotrascurato e,
infatti, in questo senso forse hanno ragione Russell e i filosofianalitici
quando dicono che tanti problemi filosofici nascono da un cattivouso del
linguaggio. Quando si dice di volere un immagine della realtà,ci si riferisce
alla realtà in generale. Che cos’è, però,la realtà? E’ una somma indeterminata
di esperienze, di piani possibilidi esperienze. Ciò viene assunto come qualche
cosa di ovvio, comese ciò che io chiamo “realtà” fosse qualcosa a portatadi
mano. Si crede perciò che basti avere un linguaggio post-verbalecome quello
delle matematiche, dell’aritmetica e della chimica per poterottenere anche un
linguaggio che abbracci interamente questa realtà.
Possiamo dire, oggi, che questa è un’illusione, che nessuna linguapotrà mai
catturare, non solo la realtà, ma nemmeno l’ordinedelle cose?
La sensazione dell’importanza del funzionamento di questi linguaggi
post-verbaliha dato l’impressione di poter costruire un linguaggio che fosse
capacedi parlare non solo delle relazioni numeriche o spaziali come in
geometriao, per esempio, dei rapporti chimici tra le sostanze, ma ha suggerito
l’ideadi tentare la strada di una lingua che inglobi tutti i possibili piani
diesperienza. Ma questa lingua, che esiste, è una qualsiasi
linguastorico-naturale. Noi non siamo in grado di escludere quali sono i pianidi
esperienza di cui, attraverso l’uso di una lingua storico-naturale, nonsi può a
priori parlare. Questa possibilità nasce peròproprio grazie all’indeterminatezza
e alla flessibilità dei suoisignificati. In virtù della sua permanente
disponibilità eapertura, la presunzione di poter chiudere una volta per tutte la
listadi primitivi in base a cui costruire una lingua capace di aggancio in
qualsiasitipo di realtà è una pretesa contradditoria. Tuttavia la coscienzadi
una diversa immagine della scienza, un po’ alla volta, si è affermatapersino
presso i filosofi. Una simile consapevolezza ha definitivamentemostrato il
carattere velleitario della pretesa di costruire una linguache sostituisca tutte
le altre lingue del mondo così come sono, conle loro aperture indefinite, con il
loro continuo divenire. Sembra, infatti,che non circolino più proposte di una
lingua universale.
E l’esperanto?
L’esperanto è nato in una prospettiva diversa, quella di una linguaausiliaria,
che credo sia l’unica perseguibile. A una possibilitàdi questo genere ci avevano
pensato addirittura grandi logici come Peano.Personalmente non ho alcuna
difficoltà a pensare all’utilizzo diuna lingua artificiale in ambiti molto
determinati, per esempio, nell’ambitodella redazione di testi legislativi. Io
sono un fautore dell’idea che l’UnioneEuropea piuttosto che tormentarsi con una
legislazione che immagina di essererispettosa della pluralità linguistica, e che
sta creando grandidifficoltà, farebbe bene a porgere il suo pensiero
all’esperanto.Con la nuova normativa europea, per esempio, qualsiasi norma di
legge, qualsiasidirettiva, in una qualunque delle lingue della Unione, fa testo
in qualsiasipaese del mondo. Giudici e avvocati in Portogallo possono trovarsi a
discuteredi una lite tra un Finlandese e un Italiano che si appellano alla
redazionefiamminga di un testo della direttiva. Sappiamo che le traduzioni sono
necessariamenteopere di approssimazioni, molto divergenti, da una lingua
all’altra. Credo,perciò che ci sia bisogno, nel caso in cui l’Unione Europea
andràavanti, di indicare in caso di controversie un testo unico di
riferimento.Questo in un clima di tolleranza potrebbe tranquillamente trovare
una soluzione,si potrebbe adottare l’inglese o indicare di volta in volta il
testo diriferimento. Però i nazionalismi persistenti e i puntigli
diplomaticirendono impossibile questa cosa semplice. La proposta dunque di
tradurrequalsiasi norma europea in esperanto è legittima e più chelegittimo, in
questo caso specifico, l’uso di una lingua artificiale che,anzi, credo sia
auspicabile. Quello che non si può chiedere néall’esperanto, né a nessun’altra
lingua, è di restare immobile,uguale a se stessa attraverso il tempo,
rinunciando ad adattandosi al mutaredelle esigenze comunicative. Questo implica
una contraddizione: o si vuoleuna lingua immota o, perlomeno capace di lungua
durata e, allora dobbiamobloccare i piani di esperienza a cui questa lingua si
può riferire,oppure si vuole una lingua capace di fornire strumenti per lottare
control’inesprimibile, capace sempre di darci modo di parlare di qualcosa di
radicalmentenuovo che possa emergere nella nostra consapevolezza. In
quest’ultimo caso,allora, queste lingue devono adattarsi, ed essere dotate di
quella indeterminatezzadel significato che è propria delle lingue
storico-naturali.
Era, soprattutto la grammatica uno dei principali imputati. Essa eraaccusata di
non riuscire a strutturare realmente la lingua. Di lasciarespazio ad eccezioni e
irregolarità. La grammatica, poi, nei secoli, non era riuscita ad evitare la
“corruzione” del tempo, a dettareregole immutabili e capaci di domare i processi
di trasformazione linguistica.Come se la grammatica, insomma, non riuscisse a
ordinare, una volta pertutte, una lingua.
La grammatica non ha questa funzione normativa. Si possono anche immaginaredelle
grammatiche normative, ma esse incidono su ceti particolari e perusi particolari
della lingua. Per il resto, ciò che domina la grammaticadelle lingue è ciò che
chiamiamo grammatica vissuta, irriflessa.E’ la grammaticalità a cui ogni
parlante liberamente fa ricorso,dotata essa stessa di un alto grado di
indeterminatezza funzionale per capiregli altri e farsi capire.
Ma qual era l’idea di grammatica che circolava nel 600?
Un’idea di garmmatica universale a maglie molto fitte che veniva dalla
tradizionescolastica, medievale, latina. Ma quest’idea è stata abbandonatain
questa forma. Anche i parametri universali di cui oggi parla una parteimportante
della linguistica teorica di ispirazione chomskyana sono deiparametri molto
larghi rispetto al costituirsi non delle singole regolegrammaticali, ma
addirittura degli interi corpi grammaticali. Dentro questiparametri vi è
un’immensa possibilità di variazione. Non èquesta, quindi, l’idea di grammatica
universale che avevano avuto nel 500e 600, ma piuttosto era l’idea di una
“grammaticalizzabilità”di qualsiasi tipo di espressione all’interno della
costruzione di una linguauniversale.
Prima di progettare una lingua universale, per gli scopi a cui essa
eradestinata, bisognava classificare il mondo, ritagliarlo. Le cose e le
nozionidovevano corrispondere ai segni. Come in un’enciclopedia, appartenere
aquesta o a quella categoria generale. Questo lavoro preliminare non
spostava,forse, il problema dell’arbitrarietà a monte, invece che nel
linguaggio,nell’attribuzione delle cose a una categoria piuttosto che a
un’altra?
Assolutamente. Ma essi non avvertivano il carattere arbitrario di
questoritaglio, credevano che avesse una sua legittimazione assoluta, data
unavolta per tutte. Naturalmente, questo è ridicolo. Basta pensare comesia il
mondo cosmico sia il mondo subatomico sia quello della fisiologiaanimale
sfuggissero pressoché completamente all’osservazione, allaconsapevolezza. Sono
tanti i piani di realtà importante che abbiamoimparato a controllare con
linguaggi speciali e con l’aiuto delle linguestorico-naturali.
Nonostante fosse paradossale ciò però significava che,almeno allora, nella
costruzione di questa rete linguistica ideale era lascienza a dettare le regole
della lingua, o quantomeno l’ontologia che daessa derivava.
Certo. L’idea era che la determinazione di una tale lingua fosse
possibileall’interno di un universo chiuso e strutturato definitivamente e di
cuila lingua era lo specchio. Naturalmente non sempre le cose andarono
così,anche all’interno dello stesso periodo storico: il caso più clamorosoè
quello di Port Royal. Paradossalmente proprio nella Logiqueou art de penser,
troviamo una concezione logicizzante non riduttivama molto attenta alla
variabilità e all’indeterminatezza del significatoche non è presente nella
Grammaire di Port Royal, la qualerispecchia, invece, l’idea di un’universalità
della grammatica. E’la Grammaire, infatti, e non la Logique a creare i
presuppostiper poter pensare a una grammatica universale. La Logique,
invece,molto più attenta alla dinamica storica dei significati delle
parole,introduce la nozione importante di connotazione come insieme floudi
caratteristiche del significato che fanno la forza della lingua. Quindi,Port
Royal è tutt’altro che compatto. I testi di Port Royal sullatradizione, reperiti
e pubblicati da Luigi De Nardis, sono carichi di uninteressantissima percezione
del carattere aperto e, di conseguenza, divergentedelle singole tradizioni
linguistiche, agli antipodi di quello che, pensandoalla Grammaire chiamiamo
“portorealismo”. Ma la Grammaire,per quanto importante, è solo uno dei testi di
Port Royal.
Questa riflessione sulle caratteristiche universali del linguaggio indottadal
progetto della lingua perfetta, cosa ha suggerito agli studi successivisu questi
temi, quanto ha pesato in modo positivo?
Non c’è dubbio che ci sia un rapporto tra il progetto Leibnizianodi un ars
characteristica universalis, la simbologia logico-formalee i linguaggi
logico-simbolici. Quindi la “logica modernorum”la logica matematizzante,
moderna, nasce con Leibniz ma ridimensionandoradicalmente il progetto di
costruire un apparato simbolico capace di parlaredi qualunque cosa. Da un’altra
parte credo che in questo ci sia anche unadiscontinuità. Quando oggi parliamo di
forze universali, di parametriuniversali, di limitazioni universali dell’
arbitraire, parliamodi qualche cosa che si riferisce strettamente a ciò che noi
possiamoricavare dallo studio delle lingue nella loro molteplicità e
variabilità.Anche se le presentazioni di Chomsky, specie quelle più
divulgative,sono velate di qualche allusione aprioristica, non c’è dubbio chele
presentazioni più tecniche che Chomsky ha fatto di reperimentodi tratti
universali mostrano il carattere aposteriori e il carattere costruttivodel
reperimento delle limitazioni dell’arbitrario di carattere universale.
Ma, tornando al 600, in quest’ansia di ricerca di “caratteri universali”,c’è in
qualche tratto che accomuna i progetti di queste lingue, ildesiderio di parlare
un linguaggio divino?
In alcuni momenti della lunga storia dei sogni di lingua perfetta ci
possonoessere state non solo generiche componenti religiose ma componenti
teologicheche però mi sembrano minoritarie rispetto a altre componenti che hanno
fatto sognare l’idea di una lingua perfetta.