Il castello di carta dell’UE sull’intelligenza artificiale

L’Unione europea ha costruito, negli ultimi anni, un imponente edificio normativo intorno all’intelligenza artificiale. Con l’AI Act, il GDPR, il Data Act, il DSA e il DMA, Bruxelles ha voluto presentarsi come il “regolatore globale” del digitale, capace di esportare i propri standard e di proteggere i cittadini dai rischi delle nuove tecnologie. Questa architettura, però, assomiglia sempre più a un castello di carta: alto, elegante, ma privo di fondamenta materiali adeguate a reggere la pressione della competizione tecnologica mondiale.

Una sovranità digitale solo nominale

La narrazione ufficiale parla di “sovranità digitale europea”, di autonomia strategica, di capacità di decidere il proprio futuro tecnologico. La realtà dei dati e delle infrastrutture racconta una storia diversa:

  • Nel 2024, gli investimenti privati in IA ammontavano a circa 109 miliardi di dollari negli USA, contro 14 miliardi nell’UE e 9 in Cina.

  • Le tecnologie abilitanti (GPU, semiconduttori avanzati, piattaforme cloud, modelli di frontiera) sono controllate da un ristretto gruppo di aziende statunitensi e cinesi.

  • I principali modelli di IA generativa, i framework di sviluppo e le piattaforme di distribuzione sono progettati e governati fuori dall’Europa.

In questo contesto, l’UE non possiede le leve materiali dell’ecosistema dell’IA. Può regolare chi opera nel suo mercato, ma non può determinare le regole del gioco globale, né impedire che le scelte strategiche vengano prese altrove.

L’AI Act come “muro di carta”

L’AI Act è il primo quadro normativo completo al mondo sull’intelligenza artificiale. Introduce:

  • divieti per alcune pratiche considerate inaccettabili;

  • obblighi stringenti per i sistemi ad alto rischio;

  • regole di trasparenza e governance per i modelli generali (GPAI).

Sulla carta, è uno strumento ambizioso. Nella pratica, però:

  • le grandi imprese extraeuropee trattano l’AI Act come un costo di compliance da gestire, non come un vincolo in grado di cambiarne la strategia;

  • molte scelgono di offrire versioni “minime” dei propri servizi in Europa, o di limitare alcune funzionalità per ridurre gli oneri normativi;

  • le imprese europee, già più piccole e meno capitalizzate, si trovano a sostenere costi fissi rilevanti senza avere accesso a un mercato unico realmente integrato, né a capitali e infrastrutture comparabili a quelli USA e cinesi.

Il risultato è paradossale: l’UE rischia di diventare un mercato regolato e dipendente, in cui le regole sono europee ma la tecnologia, i dati, i capitali e le piattaforme decisive restano esterni.

La nascita di WAICO: un nuovo polo di governance dell’IA

Il 16 luglio 2026, a Shanghai, 29 Stati hanno firmato l’accordo istitutivo della World AI Cooperation Organization (WAICO), un’organizzazione intergovernativa volta a promuovere la cooperazione internazionale e la governance globale sull’intelligenza artificiale, con sede proprio a Shanghai.

Tra i firmatari figurano:

  • Cina e Russia, promotori politici dell’iniziativa;

  • Bielorussia, Serbia, Cuba, Brasile, Venezuela, Laos, Pakistan, Indonesia, Kazakistan;

  • 10 paesi africani e 12 paesi asiatici, attratti dalla prospettiva di accesso a capacità computazionali, formazione e trasferimento tecnologico.

WAICO si presenta come un’alternativa esplicita al modello occidentale di governance dell’IA:

  • non pone condizioni sui regimi politici interni;

  • non fa dei diritti umani in senso “europeo” il perno della membership;

  • punta su sviluppo, cooperazione tecnologica, condivisione di capacità e riduzione del divario Nord–Sud.

Per molti paesi del Global South, WAICO appare più interessante di un’UE percepita come moralista, lenta e incapace di offrire infrastrutture reali. Per Cina e Russia, è uno strumento per consolidare un secondo polo di governance dell’IA, indipendente da Washington e Bruxelles.

Isolamento strategico: fuori da WAICO, subordinata agli USA

Mentre nasce WAICO, l’UE:

  • non può aderirvi senza mettere in discussione la propria narrativa sui diritti e sullo “spazio di valori”;

  • non è un partner paritario degli USA, ma un mercato regolato all’interno di un ecosistema dominato da Washington.

Così, il “castello” dell’AI Act, privo di un esercito industriale e infrastrutturale, rischia di crollare sotto la doppia pressione:

  • della potenza tecnologica e infrastrutturale americana;

  • della cooperazione alternativa WAICO, che offre al Global South una via diversa, centrata su sviluppo e capacità, non su compliance e diritti selettivi.

L’UE resta un regulatore influente sulla carta, ma strategicamente subalterno e isolato: un castello normativo senza vera sovranità tecnologica, mentre il mondo si organizza in poli che l’Europa non controlla e, in larga misura, non comprende.

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