Garanzia per l’Europa, ma non basta
di Adriana Cerretelli
Maledetto 3%. I mercati ieri stavano celebrando la rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica, con una Borsa euforica e gli spread in discesa, quando da Bruxelles è arrivata la doccia gelata. Per l’Italia il 2012 si è chiuso, ha certificato Eurostat, con il deficit in calo dal 3,8% al 3% e non al 2,9%, come avevano anticipato i dati preliminari di febbraio, Il debito è schizzato dal 120,8% al 127%.
Immediato l’interrogativo sul destino della procedura anti-deficit eccessivo: sarà o no archiviata a Bruxelles il 29 maggio? Dalla risposta dipendono i nostri, sia pure ridotti, margini di manovra sul bilancio nazionale e dipende la possibilità di versare alle imprese stremate da un biennio di recessione i 90 miliardi di crediti pregressi della pubblica amministrazione.
La Commissione Ue ha subito provato a sdrammatizzare dicendo che il 3% è soltanto una delle variabili da esaminare e non la più decisiva, che conta la qualità degli sforzi di rientro e contano le riforme strutturali in cantiere.
Ci mancherebbe altro, verrebbe da dire, con l’economia italiana in ginocchio e i disoccupati in marcia verso il 12% della forza lavoro, con 12 dei 17 Paesi dell’eurozona sopra la fatidica soglia di Maastricht, cioè tutti tranne Germania, Finlandia, Lussemburgo, Malta, Estonia.
Ci mancherebbe altro, si potrebbe aggiungere, dopo che nel week-end a Washington G-20 e Fmi non hanno condannato ma plaudito alla politica monetaria espansiva della Banca del Giappone, di un Paese con un deficit al 9,1% e un debito superiore al 200%. La scelta nipponica ricalca del resto quella attuata da mesi dalla Fed negli Stati Uniti che hanno il disavanzo all’8,5% e il debito oltre il 100%. La preoccupazione, semmai, si concentra sulla crescita troppo debole di Usa (+ 1,9% quest’anno) ed Europa (-0,3).
Sbaglierebbe però chi pensasse che questi argomenti e cifre siano più che sufficienti per scalfirei vigenti dogmi tedeschi. Non lo sono. «La nostra posizione è sempre stata chiara: consolidamento di bilancio e crescita vanno di pari passo» ha ribadito ieri il portavoce di Angela Merkel che «segue con grande interesse la difficile situazione politica italiana».
Per la Germania la crescita economica è semplicemente il premio della virtù. Nessuno vieta di dissentire, e ormai in Europa sono in molti a farlo, ma questo finora non ha cambiato sostanzialmente le cose. Ci ha provato e più volte anche il presidente americano Barack Obama ad ammorbidire Angela. Tutte le pressioni internazionali finora non sono servite a niente.
Anche perché, ammesso che lo volesse, in un anno elettorale e con il gradimento interno alla sua politica europea alle stelle (62%) sarebbe autolesionistico per il cancelliere discostarsene. Dunque, dura
lex sed lex. L’abbiamo accettata e ratificata, noi italiani come molti altri e ora, piaccia o no, va rispettata.
A partire dall’anno prossimo nel nostro caso andrà rispettato anche l’impegno a ridurre di 40
miliardi all’anno per circa 20 anni il debito pubblico. Non importa se i fondamentali dell’economia europea sono molto più sani e solidi di quelli dei suoi maggiori partner globali. Non importa neanche
se è ormai ampiamente appurato che l’eccesso di rigore strangola la crescita, depaupera le economie del Sud erodendone la capacità di recuperare competitività e conti pubblici stabili.
Certo, anche nelle regole europee c’è flessibilità sufficiente per adattarle a una congiuntura difficile come l’attuale: il problema è sapere se davvero la si vorrà usare e fin dove. Certo, anche l’economia tedesca sta rallentando e la sua proverbiale competitività globale potrebbe presto ritrovarsi a fare i conti con la variabile energetica sfavorevole dopo la rinuncia al nucleare e la corsa americana allo shale gas.
Tutto vero. Con tre caveat : 1) fino alle elezioni tedesche di fine settembre, saranno minimi, possibilmente nulli, i segnali di buona volontà da Berlino. 2) Le regole diventeranno un po’ più flessibili per i Paesi dove il collasso economico e sociale renda obiettivamente insostenibile l’ortodossia politica. 3) Le decisioni avverranno comunque caso per caso. Ma con un punto fermo, avverte qualcuno molto in alto nella stanza dei bottoni europea: «L’Europa non è un sistema economico chiuso, non si può pretendere che il Nord finanzi la ripresa del Sud. Ciascun Paese deve guardare fuori, puntare all’estero per ricominciare a crescere».
Ognun per sé: il messaggio non potrebbe essere più chiaro. Con una postilla tutta italiana: che si tratti di come valutare quel 3% di deficit del 2012 o di alleggerire il passo della maxi-riduzione del debito che ci aspetta dietro l’angolo, nelle decisioni europee sarà fondamentale la variabile della qualità della politica italiana, in breve serietà e credibilità del prossimo Governo. Giorgio Napolitano è una garanzia
istituzionale forte. Ma da solo non basta. L’Europa non accetterà nessuna cambiale in bianco.
(Da Il Sole 24 Ore, 23/4/2013).