
«Dopo la decisione del Governo britannico di non approvare la cosiddetta ‘Tobin Tax’, che impone una tassa sulle transazioni di valuta, di azioni e di obbligazioni, adesso Londra si schiera addirittura contro Bruxelles aprendo un’azione legale affinché la tassa venga bloccata anche in quei Paesi, come Francia e Italia, in cui è già entrata in funzione, affermando che a pagarne le conseguenze sarebbero anche le sue filiali… E bravi i pirati di sua maestà!
Non solo gli inglesi non hanno aderito alla moneta unica e possiedono filiali nei Paesi dell’eurozona che rimpinguano le loro casse, in più pretendono anche di non pagare le tasse! E non parliamo poi dei paradisi fiscali sottoposti al diritto britannico, come Gibilterra o le Cayman…anzi ha detto molto meglio il ministro delle finanze austriaco, Maria Fekter, definendo la Gran Bretagna stessa come il paradiso in terra degli evasori fiscali e del riciclaggio». È questo il commento del Segretario dell’Associazione Radicale Esperanto Giorgio Pagano alla notizia del ricorso di Londra contro l’Unione Europea.
«Il fondamentale anti-europeismo dei britannici non è una novità – prosegue Pagano – così come il loro remare contro a qualsiasi iniziativa presa a favore dell’Unione e, a dir loro, contro il proprio interesse particolare. Da tempo ormai hanno vestito i panni di quelli costretti a pagare per le inefficienze e i ‘buchi’ del sistema economico e finanziario dell’Unione ma, in realtà, ciò che a loro interessa è mantenere la posizione di privilegiati interlocutori europei con la potenza che ad oggi domina il mondo, gli Stati Uniti, e contemporaneamente continuare, anche in virtù di questo legame, a sfruttare gli altri Stati membri dell’Unione a loro piacimento e vantaggio».
«E’ ora che i pirati di sua maestà, anziché fare impunemente man bassa delle ricchezze degli altri, in primis imponendo a tutti la loro lingua come unico veicolo di progresso e internazionalizzazione, cambino rotta, altrimenti tanto meglio che si facciano da parte, prendendo finalmente la decisione di uscire dall’Unione», conclude il Segretario dell’Era.





