Diritti (e tutele) per i non udenti ignorati
Nota di Giorgio Pagano
Opportunità o ghetto? La legge in discussione in questi giorni alla Camera, già approvata al Senato, riconoscerebbe ufficialmente la LIS, lingua italiana dei segni, garantendo così ai non udenti lo status di minoranza linguistica. La proposta divide chi ritiene si tratterebbe di un’enorme opportunità e chi invece la vede come una ghettizzazione e uno spreco di risorse.
Il dibattito, che va avanti da anni sul tema della disabilità, non è stato correttamente approfondito da un punto di vista linguistico, che è propriamente il soggetto in questione. La mancata analisi sta generando confusione e la polemica rischia di diventare fine a se stessa.
La Costituzione italiana, all’art. 6, recita: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. Tali norme, assenti per quasi cinquant’anni fra proteste e marce indietro, compaiono finalmente nel 1999, con la Legge n. 482 del 15 dicembre, che all’art.4 comma 1 esplicita: “L’educazione linguistica prevede, accanto all’uso della lingua italiana, anche l’uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative. Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado é previsto l’uso anche della lingua della minoranza come strumento di insegnamento”; specifica, inoltre, al comma 5, che “al momento della preiscrizione i genitori comunicano alla istituzione scolastica interessata se intendono avvalersi per i propri figli dell’insegnamento della lingua della minoranza”.
E’ difficile pertanto capire come sia possibile parlare di ghettizzazione, laddove da un lato vengono garantiti dei diritti, dall’altro si tratta di una scelta individuale, di cui si dà facoltà, ma che non viene imposta. Ovviamente bisognerà poi vedere, se la legge in discussione passasse, come sarà applicata in relazione alla 482, ma in linea di principio si tratterebbe di un’opportunità in più. Anche perché, attualmente, pur non essendo la LIS riconosciuta come minoranza linguistica, alcune disposizioni della legge sopra citata sono già effettivamente in vigore, come la tutela della lingua da parte del servizio televisivo.
Tove Skutnabb-Kangas, una delle maggiori esperte di diversità linguistica in Europa e nel mondo, sostiene che “Le lingue dei segni sono lingue a tutti gli effetti, capaci di esprimere ogni pensiero. Non sono in alcun modo collegate alle lingue parlate”. Nello stesso saggio (“Why should linguistic diversity be mantained and supported in Europe?”, Council of Europe, Strasbourg, 2002), la Kangas spiega: “Molti gruppi rifiutano le etichette, non conoscendo le implicazioni legali”. Il termine “‘minoranza’ è visto da molti come degradante. (…) Dal punto di vista dei diritti umani, specialmente in relazione con le implicazioni legali nell’istruzione, questi gruppi che rifiutano l’etichetta di “minoranza” (etnica/linguistica/nazionale), si stanno dando uno svantaggio e, a volte inconsapevolmente, stanno rifiutando diritti di cui hanno bisogno e che vorrebbero avere”. Non sappiamo se questo sia il caso espresso dalla linguista. Abbiamo però ragione di credere che dovere dell’informazione sia riportare esattamente quali sarebbero i diritti e le forme di tutela, per i non udenti, se ottenessero lo status di minoranza linguistica. Questo purtroppo non sta avvenendo, e il rischio, per l’opinione pubblica, è quello di un rifiuto, o anche di un’adesione, troppo inconsapevole per un tema che invece andrebbe affrontato con la delicatezza e l’obiettività che merita.





