BONINO? DA 11 ANNI, 1 MESE E 16 GIORNI NON ERA PIÙ RADICALE

«Lo aveva detto Pannella. Nel 1996 Bonino riconosceva il problema decisivo della comunicazione europea; trent’anni dopo quella promessa è rimasta senza seguito. E l’inglese è diventato sistema di potere straniero sulle menti europee e dei nostri giovani. Perciò questa dichiarazione, tra le più autorevoli oggi possibili sulla storia radicale, verrà probabilmente ignorata. Non solo dai giornalisti.»

DICHIARAZIONE DI KADMO GIORGIO PAGANO, DECANO DEL SENATO DEL PARTITO RADICALE DAL 1993 AL 2016

«In queste ore Emma Bonino viene celebrata quasi unanimemente come icona radicale e naturale continuatrice di Marco Pannella. Ma il rispetto che si deve alla storia impone una regola molto semplice: la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.
E c’è un fatto che quasi nessuno sta ricordando.
Da 11 anni, 1 mese e 16 giorni Emma Bonino, nelle parole dello stesso Marco Pannella, si comportava come se non avesse più nulla a che vedere con il Partito Radicale.
Era domenica 26 luglio 2015. Nella conversazione settimanale con Massimo Bordin a Radio Radicale, Pannella fu durissimo: «Emma Bonino si comporta come non facesse più parte del Partito Radicale. Non la vediamo mai, non ci consultiamo mai. Non partecipa mai a nessun incontro, non discute di nulla con noi, non parla con noi».
E ribadì: «Emma Bonino si comporta oggi come se non avesse nulla a che vedere con il Partito Radicale».
Non era una divergenza occasionale. Pannella ricordò anche quanto fosse stato determinante personalmente nella sua ascesa politica e istituzionale e concluse che ormai per Bonino «il problema è di continuare a fare parte del jet set internazionale».
Il significato politico di quella requisitoria era chiarissimo: quelle posizioni non erano piovute dal cielo e non erano state conquistate in solitudine. Pannella l’aveva proposta, sostenuta, portata nei luoghi del potere perché lì continuasse una battaglia radicale.
Non le rimproverava di aver avuto successo. Le rimproverava di aver dimenticato perché era stata mandata lì.
Ed è proprio alla luce di quella rottura che acquista un peso particolare una delle più grandi promesse mancate della sua traiettoria politica.
I fatti e i documenti d’archivio non possono essere riscritti. Nel marzo del 1996 Emma Bonino compariva sulla copertina della rivista Esperanto dell’UEA dichiarando che era «tempo di affrontare il problema linguistico».
Quell’apertura si inseriva in un dibattito europeo già maturo. Nel 1993 Umberto Eco aveva indicato nell’Esperanto un autentico «capolavoro linguistico» e aveva posto il problema di una Lingua Internazionale Ausiliaria, una lingua comune capace di garantire comunicazione senza privilegiare la lingua nazionale di alcun popolo.
Nello stesso 1996 io pubblicavo, anche in inglese e in esperanto, I costi della non-comunicazione linguistica europea, coinvolgendo Reinhard Selten, Premio Nobel per l’Economia 1994, e altri studiosi ed economisti. Il problema era dunque già posto non come folklore linguistico, ma come questione di economia, democrazia, potere e sovranità europea.
Non a caso uno dei nostri seminari si intitolava semplicemente: LINGUA È POTERE.A quella dichiarazione di Bonino, tuttavia, non è seguito in trent’anni alcun atto politico all’altezza del problema. E il paradosso è che l’Europa ha già dimostrato di saper creare con successo uno strumento comune artificiale quando ne riconosce la necessità politica.
L’Euro è una moneta artefatta, nel senso più letterale del termine: fatta ad arte. Non era la moneta storica di alcun popolo europeo, ma il risultato di un enorme lavoro di convergenza, allineamento e costruzione politica pacifica. Lo stesso vale, in modo ancora più straordinario, per l’Esperanto: tra centinaia di progetti di lingue artificiali è l’unico divenuto una lingua viva, parlata, scritta, trasmessa e capace di produrre cultura, 64a lingua di traduzione di Google. Proprio oggi che si torna a parlare di esercito europeo, vale la pena ricordare un fatto rimosso: dal 1950 al 1964 l’Esercito degli Stati Uniti utilizzò regolarmente l’Esperanto nelle esercitazioni dell’Aggressor Force, per la sua straordinaria efficacia.
Perché ciò che abbiamo saputo fare con la moneta di pace non avremmo dovuto farlo anche con la lingua di pace, dove c’era solo da deciderne l’adozione come già aveva fatto la Società delle Nazioni nel 1922 ma vetata poi dalla Francia?
Una moneta comune per non farci guerra con i cambi; una lingua comune ausiliaria per non farci guerra con il potere linguistico,
preservare le nostre lingue e culture, contrastare l’Impero delle Menti di Churchill-Roosevelt.
E qui la responsabilità diventa anche scientifica e strategica. Una lingua ausiliaria basata su regole lineari, regolari e altamente formalizzabili avrebbe potuto offrire all’Europa un terreno straordinariamente favorevole per lo sviluppo della linguistica computazionale e, successivamente, dell’Intelligenza Artificiale. Quell’occasione non è stata neppure esplorata.
Al contrario, l’Europa ha progressivamente consegnato una parte crescente dell’università, della ricerca, della formazione delle élite e della produzione scientifica all’egemonia anglofona, fino a ritrovarsi troppo spesso consumatrice e regolatrice di tecnologie sviluppate altrove, invece che produttrice autonoma delle infrastrutture cognitive del futuro.
Trent’anni dopo, perfino il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, arriva a definire l’inglese «la lingua con cui si mente». Il problema che Bonino aveva visto nel 1996 non è scomparso: è diventato sistema.
E Marco Pannella, nel frattempo, era andato molto oltre.
Nel 2013 pronunciò pubblicamente parole eccezionali nella sua stessa storia politica:
«Sappiamo che ci è stato trasmesso a noi, chissà attraverso quali vie Giorgio [Kadmo Pagano], il fatto che ci vuole l’Esperanto, la lingua comune, essere parola che diventi diritto e, quindi, per noi libertari obbligo, non più dovere».
«Ci è stato trasmesso».
«Diritto».
«Obbligo».
Non una simpatia culturale. Non una curiosità linguistica. Un obbligo radicale.
Negli ultimi anni della sua vita Pannella aveva concentrato le proprie energie su due grandi campagne: il Diritto alla Conoscenza e la Lingua Internazionale. Nel 2015 le lettere agli ambasciatori permanenti presso le Nazioni Unite per la campagna sulla Lingua Internazionale portavano la firma di Marco Pannella e la mia. Su quella campagna fui ricevuto personalmente da diversi rappresentanti diplomatici, fra i quali il Nunzio apostolico.
Quattro anni prima, nel 2011, avevo riportato Pannella alla Marcia Perugia-Assisi, nel solco di Aldo Capitini, proprio legando la questione della Lingua Internazionale alla Pace. Il giorno precedente, a Bastia Umbra, il seminario era appunto “LINGUA È POTERE”.
Perché la Pace non è soltanto assenza di guerra armata.
È anche porre fine alla Guerra Cognitiva anglosassone, restituendo ai popoli sovranità linguistica, culturale e cognitiva. Fatto ignorato da molti sedicenti Sovranisti.
Questa consapevolezza viene da lontano. Nel 1909 Gandhi, in Hind Swaraj, scriveva che insegnare l’inglese a milioni di persone equivaleva a schiavizzarle e arrivava a una conclusione ancora più radicale: «Siamo noi, gli indiani che conoscono l’inglese, ad aver ridotto l’India in schiavitù».
È il passaggio dal dominio imposto dall’esterno al dominio interiorizzato e amministrato dalle stesse élite colonizzate.
Marco Pannella morì il 19 maggio 2016.
Appena 35 giorni dopo, il 23 giugno, il Regno Unito votò la Brexit.
Pannella non vide dunque il paradosso politico forse più esplosivo per quella sua ultima battaglia: uscivano gli inglesi dall’Unione europea, ma non usciva la loro lingua.
Al contrario, l’inglese continuava a conquistare spazio come lingua dominante di fatto delle istituzioni, dell’alta formazione, della ricerca, delle carriere e della selezione delle élite europee.
Emma Bonino, invece, vide tutto questo.
Lo vide per oltre dieci anni.
Vide il Regno Unito uscire e la sua lingua restare. Vide l’inglese trasformarsi sempre più in sistema di potere straniero sulle menti europee e dei nostri giovani.
Eppure quella battaglia che lei stessa aveva annunciato nel 1996 e che Pannella aveva elevato nel 2013 a obbligo per noi libertari non venne raccolta.
Qui sta, a mio giudizio, uno dei grandi fallimenti della sua traiettoria politica.
Analogo limite si ritrova nella formula che Emma Bonino continuò a proporre per l’Europa: gli “Stati Uniti d’Europa”.
L’Europa non è l’America.
Non è composta da Stati intercambiabili nati dentro una stessa costruzione politica. È composta da nazioni storiche, popoli, lingue, culture e memorie differenti, che non devono essere cancellate ma federate.
La stessa subalternità che ha portato ad assumere la lingua anglo-americana come lingua del potere europeo rischia così di riprodursi anche sul terreno istituzionale: il modello americano assunto come paradigma, invece di pensare una forma politica originale per il continente europeo.
Qui agisce la corruzione linguistica. Più efficace della corruzione per denaro.
Nella corruzione economica qualcuno deve pagarti perché tu faccia ciò che desidera. Nella corruzione linguistica, invece, interiorizzi la lingua, le categorie, le priorità e gli interessi di un altro potere fino a fare spontaneamente ciò che quel potere desidera e a immolargli te stesso e i tuoi figli: è la teoria del cuculo di Phillipson, il massimo esperto mondiale di imperialismo linguistico inglese.

L’esempio è sotto gli occhi di tutti: malgrado nei Paesi dell’Unione europea operino 94 servizi di intelligence, Rai e Mediaset continuano a raccontarci in modo praticamente esclusivo di NCIS, FBI e CIA. Non è un dettaglio televisivo: è la misura di un immaginario già colonizzato, nel quale perfino l’idea stessa di sicurezza, intelligence e potere viene rappresentata attraverso istituzioni americane.
Con la corruzione economica ti comprano. Con quella linguistica ti convinci da solo.
È anche per questo che noi parliamo di Nazioni Unite d’Europa, non di Stati Uniti d’Europa.
Nazioni sovrane dentro una sovranità continentale: da Nuuk a Vladivostok con il cuore nel Mediterraneo.
Non una copia degli Stati Uniti d’America, ma un Federalismo continentale capace di unire le nazioni senza cancellarle, di costruire una propria autonomia economica, monetaria, culturale e cognitiva e di organizzare preventivamente la Pace.
Emma Bonino ha combattuto importanti battaglie civili, umanitarie e per la giustizia internazionale. Nessuno può cancellarle.
Ma proprio qui sta il limite storico della sua parabola: quelle battaglie sono rimaste sostanzialmente dentro una cornice che non ha saputo mettere in discussione la Guerra Cognitiva dell’Anglosfera contro i popoli del mondo e che, anzi, è divenuta essa stessa veicolo di un dominio esercitato non più soltanto con gli eserciti e le conquiste territoriali, ma attraverso lingua, informazione, università, formazione delle élite, cultura e produzione dell’immaginario: genocidio culturale.
Ha combattuto molte forme di oppressione, ma non quella che stava diventando la più pervasiva: l’occupazione delle menti.
E questo è tanto più difficile da giustificare perché il problema non le era sconosciuto.
Lo aveva visto.
La copertina del 1996 è lì.
Pannella lo aveva poi trasformato in diritto e obbligo radicale.
La Brexit ne aveva reso evidente il carattere politico.
Mancò l’atto conseguente.
Per questo oggi non accetto una riscrittura agiografica della sua storia. Non bisogna cancellare ciò che Emma Bonino ha fatto. Ma non bisogna neppure cancellare ciò che non ha fatto, né soprattutto ciò che Marco Pannella disse pubblicamente di lei quando era ancora vivo.
Il modo più radicale di ricordarla non è santificarla.
È dire la verità. Tutta la verità. Nient’altro che la verità.»

Kadmo Giorgio Pagano
Decano del Senato del Partito Radicale dal 1993 al 2016
Segretario ERA – PACE+

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