Dal Diktat del 1947 alla subordinazione
anglo-americana: per una Difesa Olistica Europea
Il 25 aprile viene ricordato come il giorno della Liberazione. Ma ogni liberazione storica porta con sé una domanda scomoda: chi libera può prepararsi a sostituire il dominatore precedente. È un classico della storia.
In Italia e in Europa occidentale, la fine dell’occupazione nazifascista non aprì una piena sovranità europea, ma l’inizio di un nuovo ordine di dipendenza atlantica, reso evidente già con il Diktat del 22 luglio 1947 e consolidato poi sul piano militare, politico, economico, culturale e linguistico.
È questa la forma più sottile della subordinazione contemporanea: una occupazione geolinguistica, nella quale la lingua della potenza dominante diventa progressivamente la lingua obbligata dell’accesso al sapere, al lavoro, alla tecnologia, alla difesa e alle istituzioni.
Nel 2026, questa domanda coincide anche con il 39º anniversario della fondazione di ERA, “Esperanto” Radikala Asocio, nata il 25 aprile 1987 alla Domus Pacis di Roma, luogo dal nome già emblematico, per affermare un principio semplice e radicale: nessun popolo è davvero libero se è costretto a pensare, studiare, lavorare e competere nella lingua di un altro popolo dominante.
Oggi l’Europa parla continuamente di difesa. Ma la sicurezza europea non può essere ridotta alla sola dimensione armata. Una difesa costruita esclusivamente sull’aumento delle spese militari, sull’acquisto di nuovi sistemi d’arma o sulla rincorsa tecnologica dentro modelli decisi altrove rischia di essere una difesa incompleta. Può rafforzare gli arsenali senza rafforzare l’autonomia. Può aumentare la potenza materiale senza liberare la mente politica dell’Europa.
È necessario allora introdurre una nozione più ampia: Difesa Olistica Europea.
Per Difesa Olistica Europea si intende una sicurezza capace di integrare strumenti militari, capacità civili, infrastrutture tecnologiche e coesione sociale. Una difesa non puramente armata, ma intelligente; non subordinata, ma autonoma; non solo capace di colpire, ma capace di comprendere, coordinare, decidere e resistere.
In questo quadro, la lingua non è un dettaglio culturale. È una infrastruttura operativa.
Ogni sistema di difesa è anche un sistema di comunicazione. Comandi, procedure, esercitazioni, formazione, coordinamento tra Stati, protezione civile, cybersicurezza, intelligenza artificiale, gestione delle crisi: tutto passa attraverso la lingua. Una lingua può accelerare o rallentare. Può includere o escludere. Può rendere un sistema autonomo oppure dipendente.
L’adozione di fatto dell’inglese come lingua operativa della difesa europea presenta una contraddizione evidente. L’Unione europea proclama la propria autonomia strategica, ma continua spesso ad affidare la propria interoperabilità linguistica alla lingua nazionale di potenze esterne al progetto politico europeo.
Questo non significa negare l’utilità pratica dell’inglese nell’attuale fase storica. Significa però impedire che una utilità contingente diventi una subordinazione strutturale permanente.
Una difesa europea che pensa, si forma e si coordina stabilmente nella lingua di altri non è pienamente autonoma. È una difesa tecnicamente armata, ma cognitivamente dipendente.
Le potenze anglo-americane hanno compreso da tempo che il dominio moderno non passa soltanto attraverso l’occupazione fisica dei territori. Passa attraverso l’occupazione delle menti. È il passaggio dagli imperi territoriali agli imperi cognitivi.
Lo espresse con brutalità Winston Churchill, nel 1943, all’Università di Harvard:
«Gli imperi del futuro sono gli imperi della mente. Dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. […] In tal modo noi ovunque andremo nel mondo saremo come a casa nostra».
Gandhi lo aveva compreso ancora prima, già nel 1908, in Hind Swaraj:
«Insegnare l’inglese a milioni di persone equivale a schiavizzarli. […] Ricevendo un’istruzione inglese, abbiamo ridotto la nazione in schiavitù».
La questione, dunque, non è soltanto linguistica. È politica, economica, culturale e strategica. Una lingua dominante non trasferisce soltanto parole: trasferisce categorie mentali, modelli sociali, gerarchie di potere, sistemi di valore.
Per questo una lingua ausiliaria comune, neutrale e non etnica, come l’Esperanto, dovrebbe essere valutata come strumento di difesa non-letale ad alto impatto. Non per sostituire le lingue nazionali. Non per cancellare il pluralismo europeo. Ma per affiancare le lingue dei popoli con uno strumento comune, rapido, regolare, democratico, non appartenente a nessuna potenza dominante.
Una proposta operativa per ReArm Europe
Per questo, nel quadro di ReArm Europe, l’Unione europea dovrebbe finanziare immediatamente un progetto pilota di sperimentazione linguistica fondato su una lingua ausiliaria neutrale.
Non si tratterebbe di sostituire le lingue nazionali, né di abolire l’inglese dall’oggi al domani, ma di verificare scientificamente se uno strumento linguistico regolare, rapido da apprendere e non appartenente ad alcuna potenza dominante possa migliorare l’interoperabilità europea.
La sperimentazione potrebbe riguardare esercitazioni multilaterali tra personale di diversi Stati membri, protezione civile europea, formazione civile-militare, comunicazione tecnica standardizzata, glossari operativi comuni e sistemi di intelligenza artificiale applicati alla difesa e alla gestione delle crisi.
I risultati dovrebbero essere misurati in modo concreto: tempi di apprendimento, precisione dei comandi, numero di errori comunicativi, rapidità di coordinamento, costi formativi, indipendenza da personale madrelingua straniero.
Questa sarebbe una vera applicazione della Difesa Olistica Europea: non meno difesa, ma difesa più intelligente, più autonoma, più economica e più coerente con il pluralismo europeo.
Una Europa che investe miliardi nella sicurezza non può ignorare lo strumento meno costoso, non-letale e immediatamente sperimentabile per aumentare la propria capacità di coordinamento: una lingua ausiliaria comune, neutrale e non egemonica.
L’esperienza storica dimostra che l’idea non è astratta. L’esercito degli Stati Uniti utilizzò l’Esperanto in ambito militare nel sistema addestrativo “Maneuver Enemy / Aggressor”, anche attraverso materiali specifici come il Field Manual 30-101-1, Esperanto, The Aggressor Language, proprio per costruire scenari di addestramento linguistico-operativo.
La vicenda è documentata anche da materiali divulgativi americani, tra cui un documentario disponibile online, utile a mostrare che l’uso dell’Esperanto da parte dell’US Army non è una leggenda esperantista, ma una traccia storica ricostruibile anche attraverso fonti statunitensi.
Documentario americano sull’uso dell’Esperanto da parte dell’US Army: https://youtu.be/ugclB_0pfmI
Se l’esercito americano utilizzò l’Esperanto per simulare un nemico multinazionale, l’Europa può oggi sperimentarlo per costruire cooperazione multinazionale reale. Ciò che fu impiegato come lingua dell’“Aggressor” può diventare, rovesciato di segno, una lingua della cooperazione europea.
Anche il Metodo di Paderborn, collegato agli studi di Helmar Frank, ha mostrato la funzione propedeutica dell’Esperanto nell’apprendimento successivo delle lingue straniere: una lingua regolare come modello introduttivo può far guadagnare più tempo di quanto apparentemente ne faccia perdere.
Qui emerge il punto politico decisivo. Una lingua ausiliaria comune sarebbe al tempo stesso difensiva, compensativa, integrativa e glottodidattica.
Difensiva, perché proteggerebbe le lingue europee dalla sostituzione progressiva da parte dell’inglese. Compensativa, perché riequilibrerebbe l’asimmetria tra madrelingua dominanti e cittadini costretti a sostenere costi enormi per accedere alla lingua altrui. Integrativa, perché non eliminerebbe le lingue nazionali, ma le affiancherebbe. Glottodidattica, perché potrebbe facilitare l’apprendimento successivo delle altre lingue.
Questa è la differenza fondamentale rispetto all’Euro. L’Euro ha sostituito le monete nazionali degli Stati che lo hanno adottato. L’Esperanto non dovrebbe sostituire le lingue nazionali. Dovrebbe difenderle. Non sarebbe una “moneta unica linguistica”, ma uno scudo geolinguistico comune.
Il 25 aprile, allora, non può essere ridotto a celebrazione rituale. Deve tornare a essere una domanda politica: da che cosa dobbiamo liberarci oggi?
Ieri l’occupazione era militare, visibile, territoriale. Oggi può essere tecnologica, finanziaria, culturale, cognitiva e linguistica. Può non avere carri armati nelle strade, ma avere parole, piattaforme, università, trattati, comandi militari, algoritmi e brevetti nella lingua di altri.
L’Europa non sarà libera finché continuerà a confondere la comunicazione internazionale con l’obbligo di adottare la lingua nazionale di una potenza esterna. Non sarà autonoma finché delegherà ad altri non solo le proprie armi, ma anche le proprie parole, le proprie categorie, i propri codici mentali.
Per questo il 25 aprile di ERA non è una coincidenza simbolica. È un programma politico.
Liberare l’Europa oggi significa anche liberarla dalla sudditanza geolinguistica. Significa costruire una Difesa Olistica Europea capace di unire sicurezza, pace, coesione sociale, intelligenza artificiale, educazione e democrazia linguistica.
Per questo ERA propone che l’Unione europea inserisca in ReArm Europe un progetto pilota per la sperimentazione di una lingua ausiliaria neutrale nelle esercitazioni multilaterali, nella protezione civile e nei sistemi europei di interoperabilità.
Una Europa che vuole difendersi davvero deve poter pensare, comunicare e coordinarsi senza dipendere dalla lingua di potenze esterne.
La liberazione europea del XXI secolo comincia anche da qui.
Fonti e riferimenti richiamati
- Winston Churchill, discorso all’Università di Harvard, 1943.
- M.K. Gandhi, Hind Swaraj, 1908.
- US Army, FM 30-101-1, Esperanto, The Aggressor Language, Department of the Army, 1962.
- Ricostruzione delle edizioni del sistema Maneuver Enemy / Aggressor: http://www.kafejo.com/lingvoj/auxlangs/eo/maneuver/notoj.htm
- Documentario americano sull’uso dell’Esperanto da parte dell’US Army: https://youtu.be/ugclB_0pfmI
- Metodo di Paderborn / studi di Helmar Frank sull’Esperanto come lingua propedeutica.
- Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta, Laterza, 1993.
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* Per occupazione geolinguistica si intende il dominio esercitato su uno spazio politico, economico e culturale attraverso l’imposizione progressiva della lingua di una potenza esterna come lingua dell’accesso al sapere, al lavoro, alla tecnologia, alla difesa e alle istituzioni.
